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Romanzo storico politico.
Clelia è una bellissima popolana che vive a Roma e che tutti conoscono come “La perla di Trastevere”. Di lei si incapriccia il cardinale Procopio, deciso a farla diventare un’altra preda del suo personale “bordello”. Pur di arrivare a lei, il prelato che incarna l’immoralità assoluta, lasciva e corrotta, è disposto ad assoldare degli scagnozzi che organizzano un piano per rapirla; ma sulla donna vigila il padre Manlio, uno scultore piuttosto apprezzato, e Attilio, suo promesso sposo. Quest’ultimo, insieme ai suoi amici rivoluzionari, riuscirà a opporsi ai turpi voleri del cardinale, salvando la donna, ma sarà costretto con Clelia e i suoi compagni a vivere nascosto. Nella loro latitanza, i giovani ardimentosi popolani conosceranno altri rivoluzionari e soprattutto apprenderanno la dottrina de “Il solitario”, l’acceso combattente repubblicano che li persuaderà a lottare per la causa dell’unità italiana, con Roma capitale e quindi torneranno in città per sconfiggere “Il governo dei preti”. È facile identificare nella figura de “Il solitario” Garibaldi stesso, che coincide con il narratore, ed è altrettanto semplice capire come il Generale abbia veicolato, tramite il personaggio, tutte le sue idee di acceso anticlericale e le intenzioni di liberare Roma dal giogo della chiesa per farla divenire la capitale di una Italia libera dal potere temporale, dal dominio straniero e finalmente restituita agli italiani. Il romanzo non fu accolto favorevolmente dalla critica ma, come dice lo stesso Garibaldi in premessa: “Circa alla parte romantica, se non fosse adorna della storica, in cui mi credo competente, e del merito di svelare i vizi e le nefandezze del pretismo, io non avrei tediato il pubblico, nel secolo in cui scrivono romanzi i Manzoni, i Guerrazzi ed i Victor Hugo”.
Clelia ovvero il governo dei preti è un romanzo storico politico del tutto anticlericale e rappresenta, in modo coerente, l’avversione che Garibaldi ebbe per tutta la vita nei confronti del clero, del suo governo nella Città Santa e nei suoi possedimenti bollandolo come: «il più schifoso dei Governi» il «Governo di Satana». Nel romanzo, gli epiteti più duri nei confronti della chiesa cattolica si sprecano. Sono diretti, forti e manifestano il disprezzo che il Generale aveva nei confronti degli ecclesiastici: «setta infame e divoratrice» «razza di vermi» «luciferi umani» «flagello e onta del genere umano» e non risparmia neanche papa Pio IX definendolo «vecchio imbecille» (anche se dallo stesso largamente ricambiato con la definizione di «Un metro cubo di letame»). Garibaldi scrive più volte di credere in Dio ma non nei suoi ministri, ed è convinto che il potere temporale esercitato da questi ultimi sia d’ostacolo al progresso della razza umana e all’unificazione dell’Italia con Roma capitale; invoca la sua liberazione da «quei signori preti che per tanti secoli l’hanno goduta, deturpata, trascinata nel fango […] riducendola a una immensa cloaca». Quest’odio indubbiamente eccessivo, Garibaldi lo porterà con sé per tutta la vita, spingendolo a scrivere nel suo testamento la seguente volontà: “Siccome negli ultimi momenti della creatura umana, il prete, profittando dello stato spossato in cui si trova il moribondo, e della confusione che sovente vi succede, s’inoltra, e mettendo in opera ogni turpe stratagemma, propaga coll’impostura in cui è maestro, che il defunto compì, pentendosi delle sue credenze passate, ai doveri di cattolico: in conseguenza io dichiaro, che trovandomi in piena ragione oggi, non voglio accettare, in nessun tempo, il ministero odioso, disprezzevole e scellerato d’un prete, che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare. E che solo in stato di pazzia o di ben crassa ignoranza, io credo possa un individuo raccomandarsi ad un discendente di Torquemada”.
Pagine 356 

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