I BUONI CUGINI EDITORI

Casa editrice

La scrittura di Spiridione Franco segue giorno per giorno, quasi ora per ora, la fallita impresa rivoluzionaria del Barone Francesco Bentivegna nel novembre 1856, del suo “stato maggiore selvaggio” e dei suoi seguaci, dan - do conto dei movimenti dei vari attori e del loro antagonista, il direttore di polizia Salvatore Maniscalco, fortemente intenzionato a impedire in qua - lunque modo la ripresa dell’iniziativa antigovernativa. L’infelice impresa terminerà con la cattura del Bentivegna e Spiridione Franco ci fa seguire le successive tappe del martirio del barone mazziniano, il cui destino è stato già deciso in alto loco: come capo del moto rivoluziona - rio deve essere punito con la massima severità, con una condanna capitale che scoraggi chi abbia voglia di seguire il suo esempio. La narrazione del Nostro ci fa seguire ovviamente anche il ruolo da lui avuto in queste vicende, sottolineando i momenti in cui Franco ha dato un appor - to determinante all’andamento dell’impresa rivoluzionaria, cui ha deciso di partecipare per dedizione alla causa e per ammirazione verso Bentivegna, pur avendo espresso il presentimento che, date le condizioni di partenza, il risultato finale poteva essere solo la galera o la fuga in America. Dopo l’arresto del capo e la resa degli altri comprimari, Spiridione Franco è rimasto per lunghi mesi latitante, travestendosi e nascondendosi in cam - pagna ed in città, grazie alla sua conoscenza di uomini e cose, alla destrez - za del suo ingegno e al sostegno di numerosi personaggi, tra cui il fratello vescovo. Colpisce nel racconto di Spiridione la sua vivacità e il suo senso dell’ironia .

Dalla prefazione di Santo Lombino

Premessa dell'autore

Premessa dell'autore

Alla Gioventù Italiana,

 

A voi giovani, dedico quest'umile mio lavoro, dal quale emerge una breve pagina delle nostre sofferenze per arrivare alla sospirata mèta, l'unità della patria. Onoratelo di un vostro sguardo, e da esso apprenderete che a voi incombe il dovere di reclamare le altre Provincie tuttavia soggette allo straniero qualunque sia il sacrifizio che vi possa costare.

Non dimenticate che il 12 Gennaio 1848 la gioventù siciliana fu la prima ad insorgere contro la tirannide, seguita poscia dal Piemonte e da Milano. Battuti a Novara: non cessammo per questo di congiurare contro l’aborrita dinastia Borbonica. Lo stato d'assedio ci opprimeva, come una cappa di piombo, tuttavia ognuno voleva un'arma, e la portava costantemente, per quanto le carceri rigurgitassero, le isole adiacenti fossero tutte popolate di delinquenti politici, molti sfuggissero al capestro esulando e cento altri cadessero sotto il piombo nemico. Fra tanti martiri non va dimenticato Nicolò Garzilli studente di medicina, fucilato in Palermo nel gennaio 1850 con altri cinque compagni. Nel novembre 1856 insorse in Mezzojuso, mia patria il barone Francesco Bentivegna, mentre Salvatore Spinuzza sollevava Cefalù. Traditi, entrambi vennero fucilati, il Bentivegna in Mezzojuso il 21 dicembre 1856, e lo Spinuzza in Cefalù il 14 Marzo 1857. Non per questo la bandiera della rivolta non cessava un istante di sventolare ovunque, finché nel 1860 colla venuta di Garibaldi e dei suoi mille eroi abbiamo vinto.

È in onore del martire Francesco Bentivegna, che io mi sono indotto a pubblicare queste pagine perchè la gioventù impari da lui come si debba contenere in faccia ai tiranni, e come morire intrepidamente per la patria.

Non è un libro d'arte che io offro, perchè la rivoluzione interruppe i miei studii, nè più mi permise di riprenderli, ma è un racconto genuino di tutto quanto ho visto coi miei occhi, essendo stato di tutti gli avvenimenti della mia

patria testimonio, e parte.

Leggetelo, studiatelo con amore, o giovani carissimi, questo racconto quanto sincero, altrettanto fedele, e così comprenderete quanto dobbiate gelosamente custodire l'unità della Patria, che a noi e costata tanto sangue e tanti sagrifizii,

 

L’autore

Spiridone Franco

Veterano Siciliano

 

Roma 20 Aprile 1899, Tritone 113

Nota degli editori

Spiridione Franco, inizia questo libro facendo due premesse. La prima è di natura casuale: “...percorrendo una via di Roma trovo...”  in un negozio di libri un romanzo che narra la storia del suo amico Bentivegna, che nonostante fosse stato scritto molto bene, conteneva delle inesattezze storiche. Assalito dal bisogno di fare chiarezza, Franco fa la seconda premessa: “Fu appunto nel costatare qualche inesattezza dei fatti e la forma romanzesca alla narrazione, che mi venne in animo di scrivere anche alcune pagine, sul movimento rivoluzionario di Mezzojuso del 22 Novembre 1856... Chi avrà la benevolenza di seguirmi nel racconto sarà benigno verso di me, e se qualche volta si accorgerà che la forma mi avrà tradito il pensiero, se anche tiene mente ch’io mi sono preoccupato di scrivere della storia esatta, e non un libro d’arte. Del resto non vi sarei di certo riuscito, perché la turbolenta mia gioventù dedita ai moti rivoluzionari del 1848 (di cui sono dietro a scrivere alcune note) mi fece per molto tempo allontanare degli studi regolari a me tanto cari”. 

Con queste premesse Spiridione Franco si giustifica agli occhi del lettore per la cattiva “forma” dovuta alla forzata interruzione degli studi, invocandone la “benevolenza”.

Nei fatti, noi editori quando abbiamo deciso di ripubblicare quest’opera dalla valenza storica indiscutibile, ci siamo trovati dinanzi a uno scritto che a volte diventa confusionario proprio per colpa della “forma” rimasta a metà fra un romanzo e una narrazione dei fatti, inoltre, il testo è pieno di tante imperfezioni e problematiche stilistiche dello scrivere in sé, pertanto abbiamo fatto qualche correzione ma sempre, e si sottolinea sempre, nell’assoluto rispetto del pensiero dell’autore, senza mai apportare una sola modifica sostanziale. Con questa breve nota ci permettiamo, quindi, di elencarvi tutto quello che è stato il nostro intervento nel testo per darvi il più fedele proposito delle nostre azioni.

Per prima cosa abbiamo introdotto nel titolo proprio “il nome del glorioso martire, e il ricordo dolcissimo dell’amico...” Francesco Bentivegna, riportando come sottotitolo quello originale dell’opera: “Storia della rivolta del 1856 in Sicilia organizzata dal Barone Francesco Bentivegna in Mezzojuso e da Salvatore Spinuzza in Cefalù. Entrambi traditi, vennero arrestati e fucilati. Altre 24 persone ebbero sentenza di morte”. Converrete che come titolo sia troppo lungo e non aiuti la ricerca dello stesso da parte dei lettori.

Lo scritto è privo dei caporali, delle virgolette o trattini che precedono i dialoghi e questo causa una difficoltà di lettura aggravata anche dal fatto che tutti i dialoghi non sono introdotti e, peggio ancora, si confondono con la parte narrante in prima persona. Alle volte, invece, fioriscono trattini o caporali fino al punto da distogliere la concentrazione della lettura facendone perdere il filo logico e ingenerando confusione. Allora abbiamo introdotto i classici caporali di apertura e chiusa, con il rigoroso andare a capo all’inizio di ogni dialogo, tutto sempre nel rispetto assoluto della punteggiatura voluta dell’autore all’interno di ogni frase. Il testo, così ordinato, ha una lettura più godibile senza ma perdere la sua originalità. 

I pronomi sono spesso sbagliati e sbagliati li abbiamo lasciati, ad eccezione di quelli talmente gravi da penalizzare lo scrittore, alcuni di questi però non sono stati corretti perché confacenti al mondo rurale dell’epoca, in particolare quelli usati nel rapportarsi con le classi sociali più elevate.

Le particelle Di e De che sono parti integranti del cognome nello scritto originale non sono mai staccate dal nome che è sempre riportato minuscolo, pertanto avremo Dimarco al posto di Di Marco, Disalvo al posto di Di Salvo ecc. Stessa cosa gli articoli facenti parte del cognome come ad es. La Barbiera sempre scritto attaccato in Labarbiera, e il non uso degli apostrofi nei cognomi come ad es. D’Urso che diventa Durso. Riteniamo che sarebbe stato doveroso correggere tutti questi cognomi, ma ci siamo persuasi a lasciare tutto in tal modo perché una qualunque correzione avrebbe snaturato l’opera.

Alcuni cognomi durante il corso della narrazione sono scritti a volte bene e altre volte male, ad esempio De Simone - Desimone, il Colonnello Ghio - Chio. In questi casi ci siamo comportati uniformando nel correggerli in base a quelli che erano maggiormente riportati giusti o sbagliati, quindi, poiché i De Simone scritti correttamente sono meno di quelli sbagliati, si è operata la loro sostituzione in Desimone anche per maggiore coerenza con quanto detto in merito alle particelle Di e De, mentre il colonnello Chio è stato corretto in Ghio, perché la maggioranza è a favore di quest’ultimo riportato correttamente.

Abbiamo lasciato inalterati i continui scambi sul cognome del marchese Di Rudinì o Rudinì perché crediamo che nel linguaggio ancora attuale si continui a far confusione o si usi indistintamente l’uno o l’altro. 

Qualche cognome solo perché riportato una vola o poche volte nel testo in modo sbagliato, è stato corretto, per esempio Filanceri (in dialetto siciliano) in Filangeri. Non si può fare a meno di segnalare che il patriota Cesare Civello è stato sempre scritto nella forma dialettale Civeddu. In questo caso, data la coerenza dell’errore, lo abbiamo sempre lasciato Civeddu, inserendo una nota nel testo quando appare nominato la prima volta.

Il patriota Alessandro Guarnera è spesso chiamato più volte Guarnieri o Guarneri. In questo caso non abbiamo voluto correggere per non snaturare lo scritto dell’autore, che riporta bene anche lo stato a volte confusionale degli stessi partecipanti ai moti insurrezionali.  

Non abbiamo mai corretto il nome del comune di Villafrati lasciando sempre scritto Villafrate così come Spiridione Franco s’intestardisce a chiamarlo.

Alcune parole sono scritte in modo corretto, altre volte con errore e per più volte con varietà di errore come ad esempio: salvacondotto, salva condotto, salvocondotto, salvo condotto. In questo caso non è stata operata alcuna forzatura sul testo per uniformare la parola che all’epoca, crediamo, potesse indicarsi in più modi. 

Tre curiosità: A) Nel testo c’è una sola parola in inglese “jacch”, avrebbe voluto scrivere “yacht”, non abbiamo corretto. B) la dea Nemesi della giustizia o vendetta è citata in modo erato e così l’abbiamo lasciata C) si noti come la “mafia” nell’ottocento era chiamata “maffia” con due effe. La parola non è stata corretta, anche se agli occhi dei non addetti ai lavori può sembrare un errore, ma l’autore l’ha citata sempre per quello che era il nome dell’epoca. 

 

Parla l'autore...

Parla l'autore...

Percorrendo una via di Roma, fantasticando sulle memorie del passato, sulla decadenza del presente, su questa Roma sogno di tante generazioni, e di tanti Eroi, su questa Roma Alma Parens, dove la grandezza del suo nome s'infutura a traverso la gloria del mondo, mi venne fatto di posare gli occhi sopra un volumetto, che stava quasi nascosto fra un mucchio di tomi, e stampe antiche, su di un tavolo di rivenditori. Quel libro portava il titolo seguente: Francesco Bentivegna. Romanzo storico di Rocco Baldanza.

Il nome glorioso del martire, e il ricordo dolcissimo dell'amico, e compagno di lotta, mi rinfiorì nella mente lo sfortunato episodio di Mezzojuso mia patria, di cui io fui testimone oculare, cosicché anzioso di costatare se la narrazione corrispondeva alla esattezza della storia di quei fatti, volli farne acquisto.

Non nascondo ad onore dal vero, che trovai alcune pagine immaginarie, e molte inesattezze storiche, anzi essendo lo stile piuttosto chiaro e conciso = la narrazione presocchè esatta e scorrevole = quella lettura dico mi procurò delle vere emozioni e non poche lagrime ho versato al racconto della morte intrepida del valoroso martire della libertà, vittima del piombo Borbonico, la cui data gloriosa del 20 Dicembre 1856 in Mezzojuso è registrata nel martirologio Italiano a caratteri immortali.

Fu appunto nel costatare qualche inesattezza dei fatti e la forma romanzesca alla narrazione, che mi venne in animo di scrivere anche io alcune pagine, sul movimento rivoluzionario di Mezzojuso del 22 Novembre 1856, certo di appagare un desiderio se non espresso sentito dagli amici, non tralasciando di ricordare oltre al prode Bentivegna Salvatore Spinuzza moschettato in Cefalù il 14 Marzo 1857, e gli altri compagni di quel tentativo di Cefalù, i quali molti furono condannati alla pena di morte, che dopo per clemenza del Re tiranno ebbero commutata la pena a 18 anni di carcere duro nel bagno dell'Isola di Favignana.

Chi avrà la benevolenza di seguirmi nel racconto sarà benigno verso di me, e se qualche volta si accorgerà che la forma mi avrà tradito il pensiero, se anche tiene mente ch'io mi sono preoccupato di scrivere della storia esatta, e non un libro d'arte. Del resto non vi sarei di certo riuscito, perchè la turbolenta mia gioventù dedita ai moti rivoluzionari del 1848 (di cui sono dietro a scrivere alcune note) mi fece per molto tempo allontanare degli studi regolari a me tanti cari.

Premesso ciò mi consentirete ch'io vi trattenga anche del cav. Nicolò Dimarco, che nella nostra storia occupa il primo posto dopo la splendida figura del Barone Francesco Bentivegna...

 

Spiridione Franco

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