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I morti tornano...

I morti tornano...

Dio è giusto e presto o tardi raggiunge chi fa male! 

 

Pagine 363 - Riproduzione fedele dell'opera originale pubblicata a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal gennaio 1931. Il romanzo è compreso anche nella trilogia in unico volume dedicata al Risorgimento siciliano: Braccio di ferro avventure di un carbonaro, I morti tornano..., Chi l'uccise? 

Siamo a Palermo. L'anno è il 1837. Il periodo è turbolento. I tentativi di cospirazione antiborbonica sono complicati dall'insorgenza di una grande epidemia di colera che miete vittime in maniera spaventosa. L'ambientazione storica, il contesto politico e sociale, la tragedia dell'epidemia sono abilmente descritti da Natoli all'interno di questo romanzo appartenente alla letteratura del contagio insieme alle celeberrime opere de "I promessi sposi" di Manzoni e "La peste" di Camus. 

Ne "I morti tornano..." Luigi Natoli lascia parlare da sole le miserie dell'uomo legate al dolore, alla fedeltà, all'onore, all'ira e tutte le altre pulsioni umane che, imbrigliate nelle maglie di una rete di un ineluttabile destino imposto dalle convenzioni, degenerano nella distruzione e nella pochezza dell'animo umano, non più libero e non più nobile. Una storia che proprio nel momento in cui sembra intorcinarsi dentro i canoni del più classico e banale feulleitton, effettua una nuova e inattesa virata rivelando la sua vera natura: quella - appunto - di una storia nera; anzi nerissima. E lo fa togliendo la speranza su tutto, tracciando un vero Noir. Un grande Noir storico. 

Massimo Maugeri

Dalla prefazione di Massimo Maugeri

Dalla prefazione di Massimo Maugeri

Mi capita spesso di pensare alle narrazioni che finiscono nell’oblio, sprofondate in una sorta di tomba virtuale ubicata in un luogo ignoto nel tempo e nello spazio, dove si agitano storie e personaggi che bramano di essere riportati in vita. Quanti romanzi sono andati perduti, pur essendo meritevoli di essere preservati dalla dimenticanza? Il progetto editoriale che coinvolge anche la pubblicazione di questo libro, mira a una lodevole opera di recupero di cui sono personalmente grato.
L’autore del romanzo che vi apprestate a leggere, lo scrittore palermitano Luigi Natoli (nato il 14 aprile 1857 e deceduto il 25 marzo 1941), ha forse mantenuto inalterata una certa notorietà derivante dalla pubblicazione di più di venticinque romanzi ambientati in Sicilia, firmati con lo pseudonimo di William Galt, e apparsi a puntate su giornali e riviste. Non tutti i suoi libri, tuttavia, hanno beneficiato della popolarità de “I Beati Paoli” (romanzo pubblicato per la prima volta a puntate sul Giornale di Sicilia tra il 1909 e il 1910); e alcuni di essi hanno davvero rischiato di essere espulsi dalla memoria letteraria.
“I morti tornano” (pubblicato originariamente nel 1931) rientra probabilmente nella suddetta categoria.
Nel leggere questo romanzo, ambientato in Sicilia, a Palermo, intorno al 1837, mi viene in mente la definizione di letteratura del contagio, a cui sono ascrivibili libri che contemplano al loro interno problematiche connesse alla diffusione di epidemie (tra cui opere celeberrime del calibro de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni e “La peste” di Albert Camus). “I morti tornano” di Luigi Natoli è dunque un romanzo appartenente alla letteratura del contagio.

Ma procediamo per ordine. Siamo in Sicilia. L’anno è, appunto, il 1837. Il periodo è turbolento. I tentativi di cospirazione anti- borbonica sono complicati dall’insorgenza di una grande epidemia di colera che miete vittime in maniera impressionante (con punte di milleottocento morti al giorno). L’ambientazione storica, il contesto politico e sociale, la tragedia dell’epidemia sono abilmente descritti da Natoli all’interno di queste pagine (soprattutto nella prima parte del romanzo, giacché la seconda è principalmente dedicata all’approfondimento di altre tematiche che hanno a che fare con la natura umana e le sue aberrazioni).
Prima di approfondirne ruoli e nature, è interessante sof- fermarsi sull’ambientazione del romanzo (che consentirà al lettore di intraprendere un viaggio nella Palermo della seconda metà del XIX secolo, di respirarne clima e mentalità e di osservare lo scempio e la devastazione causata dall’epidemia).
Riporto, di seguito, tre stralci… giusto per offrire un assaggio. “Da un giorno all’altro l’orrore si centuplicava. I morti, dopo dieci giorni dai primi due casi, toccavano il centinaio; ma gli attaccati erano quattro volte di più. E chi non era attaccato fuggiva, abbandonando anche i parenti negli spasimi di un’agonia spaventevole.
Essi vedevano qualche volta, attraverso la porta spalancata di un pian terreno, un disgraziato, solo, senza un cane, dibattersi per terra fra le sue reiezioni, rattrappito dai crampi, chiedere soccorso.” (cfr. pag. 54).

“Ora a un balcone, ora a un uscio, si affacciava un volto spaurito e piangente: una mano faceva un gesto: - Venite! – e il carro si fermava; dei becchini insaccati, neri come spettri, sparivano nel vano delle porte; ne sboccavano con un cadavere livido, spaventevole, nudo e coperto malamente d’una camicia, uomo o donna; lo dondolavano due tre volte, lo gittavano sul carro, dove altri becchini lo acconciavano. (cfr. pag. 82)
Il carro s’era fermato sotto un balcone, e Andrea vide una cosa orrenda; due becchini affacciatisi col cadavere di un vecchio, datogli l’aire, lo buttavano giù nel carro come un fagotto. Quel povero corpo batté sulla spalletta, si ripiegò sconciamente, mostrando le sue nudità livide e flosce. Un becchino sul carro, celiando, lo rassettò: e allora dal balcone gli altri buttarono giù il cadavere di un bambino, e poi quello di una donna, che aveva una lunga e copiosa capigliatura nera. Questa fluttuò per l’aria, come per fare un ultimo saluto alla casa donde usciva per sempre; poi, come un pio velo funebre, si diffuse castamente sugli altri morti”. (cfr. pagg. 82) “Passava in quel momento un carro di morti. Andrea n’ebbe ribrezzo e se ne andò; Giovanni lo seguì con gli occhi sfolgoranti d’odio, poi guardò il carro che si allontanava cigolando sinistramente. I morti erano pietosamente coperti da una coltre di tela cerata, ma qualche braccio penzolava fuori, e accompagnava il passo dei cavalli con un dondolio ritmico, che pareva un saluto ai vivi.” (cfr. pag. 503).
È opportuno sottolineare il fatto che “I morti tornano” presenta una caratteristica peculiare rispetto alla complessiva produzione narrativa di Natoli: in questo romanzo, e solo in questo, lo scrittore è completamente estraneo ai fatti narrati. Non commenta, non partecipa. È assente. Descrive con maestria e poesia gli effetti devastanti del morbo e, soprattutto nel raccontare le vicende umane dei protagonisti, non si lascia scappare mai un solo commento, una sola osservazione. Negli altri suoi romanzi, invece, in modo poco invasivo, egli è sempre presente, descrivendo in prima persona i fatti, o commentando con garbo, o aggiornando il lettore sulle evoluzioni storiche e soprattutto di toponomastica. Ne “I morti tornano”, Natoli lascia parlare da sole le miserie umane legate al dolore, alla fedeltà, all’onore, all’ira e tutte le altre pulsioni umane che, imbrigliate nelle maglie di una rete di un ineluttabile destino imposto dalle convenzioni, degenerano nella distruzione e nella pochezza dell’animo umano, non più libero, e non più nobile. E lo fa togliendo la speranza su tutto, tracciando un vero Noir. Un grande Noir storico.
La narrazione ruota intorno alle vicende di due famiglie strettamente collegate tra loro: la famiglia Castaldi e la famiglia Pardo. Il romanzo si apre proprio con la comunicazione della notizia dell’esplosione del colera da parte del giovane avvocato Giovanni Castaldi: protagonista della storia insieme alla moglie Rosalia, al compare Andrea Pardo e alla moglie di costui, Carlotta. Sono questi, i quattro personaggi cardine de “I morti tornano”.
Accade che, per sfuggire al contatto letale con il colera, i Castaldi – seguiti dai Pardo - decidono di rifugiarsi in campagna presso il villino ubicato a Mezzomonreale dello zio don Popò (prozio di Rosalia e parente di Carlotta Pardo), con Giovanni che sceglie di far da spola tra la campagna e la città giacché i suoi anziani genitori, l’ancora più anziana nonna e il fratello don Ciccio (sacerdote) decidono di rimanere a Palermo, dove l’epidemia miete numerose vittime. Le vicende centrali del romanzo si svolgono presso la tenuta di Mezzomonreale, dove si trovano gli altri componenti della famiglia Castaldi e i coniugi Pardo (Andrea e Carlotta, con il figlio Gaetanino). La storia nella Storia, comincia qui… con Andrea, dominato da un impulso erotico nei confronti di Rosalia (la moglie del suo compare). Andrea non fa nulla per resistere a questo insano desiderio; e tenta in tutti i modi di traviare la giovane donna. Costei prova a opporsi, ma il compare non lascia molto spazio alle blande resistenze della donna, arrivando quasi all’uso della forza per possederla fisicamente. Il romanzo, dunque, si incunea tra gli anfratti di una storia di duplice adulterio consumata sullo sfondo nefasto dell’epidemia di colera. Il tutto avviene con la moglie Carlotta a un passo da loro e con l’ignaro Giovanni che continua a far da spola tra la campagna e la città. Si tratta, naturalmente, di un segreto che è destinato a durare poco. Cosa accadrà, considerando che nella Sicilia di quegli anni la tutela dell’onore è qualcosa che non ha prezzo? Si giungerà al delitto d’onore?
Molto, molto di più…
Mi fermo qui. Non rivelerò null’altro della trama. Aggiungo solo che chi deciderà di dedicarsi alla lettura de “I morti tornano”, oltre a lasciarsi avvolgere dal fascino sinistro di uno sfondo storico che si intrattiene sulla tragedia dell’epidemia di colera palermitana del 1837 e sui tentativi di cospirazione antiborbonica, si imbatterà in una storia moderna e universale (popolata da una folta schiera di personaggi principali e secondari) che riesce ad avvincere offrendo diverse sorprese e un paniere completo di condizioni, sentimenti e inquietudini: dall’amore all’odio, dal coraggio alla viltà, dalla sincerità alla menzogna, dalla realtà all’apparenza, dalla coerenza alla contraddizione, dalla vita alla morte. Una storia che proprio nel momento in cui sembra intorcinarsi dentro i canoni del più classico e banale feulleitton, effettua una nuova e inattesa virata rivelando la sua vera natura: quella - appunto - di una storia nera; anzi, nerissima.

Massimo Maugeri

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