I BUONI CUGINI EDITORI

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Tu sei giudice; non hai avuto in vita tua che una legge: il dovere...

 

Pagine 122 - Riproduzione integrale edizione La Madonnina anno 1951, l'unica disponibile per lo studio del presente romanzo, troppo bello per essere messo da parte. 

Disponibile anche nel volume della Trilogia dedicata al Risorgimento siciliano: Braccio di Ferro avventure di un carbonaro, I morti tornano..., Chi l'uccise? 

Amare Luigi Natoli, scrittore e storiografo, è la cosa più naturale che si possa provare leggendo i suoi romanzi, perchè qualsiasi personaggio, nato dalla sua fantasia, si muove sempre in un ambiente storiografico preciso, ricostruito alla perfezione su tutto, con ricchezza di particolari, di nomi, di toponomastica, di versi, di costumi, dove anche un semplice dettaglio ha una precisa collocazione. RIcostruzioni oggi, incredibili e impensabili per un'epoca priva di internet, dove ancora si scriveva con la penna d'oca e il calamaio. 

Tutti i personaggi creati da Luigi Natoli, hanno la particolarità di fissarsi per sempre nella memoria del lettore e di farsi amare; pertanto da oggi, insieme ai già noti Mastro Bertuchello, Blasco da Castiglione, Ferrazzano e altri, sarà ugualmente impossibile dimenticare e non amare il giudice Paolo Cantelli, protagonista di Chi l'uccise? Un uomo devastato da un caso di coscienza, che seppur combattuto dalla tentazione di ricorrere alla giustizia privata, mascherata da apparente legalità, resta pur sempre e solo un uomo non disposto a farsi schiacciare dal potere di una giustizia borbonica privatistica e disumana, divenendo così portatore di sentimenti nobili e di grande rettitudine morale. 

Il giudice Cantelli vive e opera a Palermo sotto il giogo dell'oppressore borbonico, all'interno dei moti "liberaleschi" e popolari del 1847/48 che da lì a poco porteranno Garibaldi il 27 maggio 1860, a liberare la città in ginocchio da secoli di tirannia. 

All'interno del romanzo è presente anche il contesto storico teatro della narrazione fedelmente trascritto da Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo di Luigi Natoli - Ed Ciuni 1935 

Era una notte fosca, come sogliono essere nel cadere del mese di Novembre; le nuvole pesavano sui tetti delle case come una cappa di piombo. C’era un umidore freddo che trapassava le ossa. Di lontano, improvvisamente, nell’orizzonte un corrusco segnava fra le nubi un solco, e allora in un attimo apparivano nel cielo, mostruose, gigantesche, e più nere forme d’animali, che sembravano insidiare nell’ombra la terra. Non vi era allora illuminazione nella città, salvo pochi lumi a olio sparsi qua e là, nelle vie principali, che riflettevano in breve spazio una luce fioca e rossiccia. Pareva che da un momento all’altro dovesse mettersi a piovere.
Erano sonate allora allora due ore e mezza alla torre di San Nicolò e non c’era un’anima per la via, né un uscio aperto: solitudine e, squallore dappertutto, e nella spazzatura il rufolare e il ringhiare dei cani randagi. La piazza del Carmine, quella di Ballarò, la via dell’Albergheria e quella del Bosco, nel punto dove s’incontrano, prendevano luce da un solo fanale a olio di dubbio rossore, non offrendo la lampadina sospesa in alto sulla porta della Chiesa del Carmine innanzi alla Madonna, che un piccolo occhio rossiccio perduto nell’ombra.
In tanta solitudine s’udì a un tratto risonare il passo d’un uomo e il battere regolare di un bastone, che venivano dalla via Bosco. Quando fu giunto sotto il fanale, si vide colui che camminava. Era un uomo intabarrato e col collo sepolto in una sciarpa. Si fermò un istante, guardò una casa nella via del Bosco, crollò il capo, e borbottò qualche cosa fra sé, e proseguì verso l’Albergheria, ma non aveva percorso pochi passi, che si udì chiamare con voce rapida e concitata:
- Girolamo!
Egli si voltò, ma repentinamente un colpo di pistola tirato quasi a bruciapelo lo mandò per terra senza poter dire Gesù. Il colpo risonò nel silenzio notturno come una cannonata, e si propagò per tutta la contrada; ma nessuno uscì, non si socchiuse nessun balcone; pareva una città abbandonata, deserta. Il cadavere giaceva supino con le braccia spalancate, e un filo di sangue che s’andava allargando gli colava dal petto. Passò qualche minuto; un altro uomo, anche lui intabarrato, si avvicinò al caduto, e, chinatosi, lo spiò in viso e scoperse la ferita.
- Perdio! questo è un colpo!
Gli toccò il cuore, e fece un gesto col capo.
- Non c’è nulla da fare: è morto.
Stava un po’ irresoluto, quando sentì un molteplice calpestio avvicinarsi frettoloso e una lanterna frugare l’oscurità. Stava per chiamare, ma a un tratto gli balenò un’idea; si alzò, e si diede a fuggire. In quell’istante la luce della lanterna lo investì.
- Ferma! Ferma!
Era la ronda, che udito lo sparo accorreva, e ora, scorgendo un uomo fuggire, lo inseguiva. Corsa lunga, per vicoli tortuosi e intricati. Il fuggitivo, preso da un gran panico, cercava di sottrarsi all’inseguimento; i birri lo rincorrevano gridando; le vie si riempivano di clamori e di calpestii, che parevano invase da uomini violenti. Ma il fuggitivo si sottrasse all’inseguimento; e i birri non trovarono, sparsi qua e là, che una pistola, un bastone e un cappello, che certo il fuggitivo nella corsa aveva gittato. Ritornarono indietro, anelanti, mortificati, rabbiosi.
- Ebbene? – domandò il caporonda – ve lo siete lasciato scappare? Imbecilli, che non siete altro!
- Abbiamo corso dietro le pedate, ma aveva certo un diavolo dalla sua! e s’è dileguato nel buio. Abbiamo anche frugato nelle case, dove credevamo che si potesse nascondere. Invece, eccovi della roba con la quale vi sarà facile poterlo identificare.
Gli diedero la pistola, il bastone e il cappello; il caporonda brontolò qualche parola, e disse:
- Sta bene.
Cominciò a frugare l’ucciso; nelle tasche trovò un rosario e un rudimentale taccuino, poche monete, un fazzoletto e la tabacchiera; conservò ogni cosa, e lasciati due birri a custodire il cadavere, se ne andò al commissariato per riferire. Intanto s’era adunata un po’ di gente uscita poiché non v’era più pericolo di essere interrogata.

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