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Edizione integrale della prima versione italiana pubblicata dallo Stabilimento Poligrafico Empedocle - Palermo 1841. Con saggio storico introduttivo "Storie di banditi" di Luigi Natoli (Leggenda in tre capitoli pubblicata a puntate nel Giornale di Sicilia dal gennaio 1930) 

"Quando ancora la città di Palermo conservava la sua cinta muraria, sulla porta di San Giorgio biancheggiavano dentro una gabbia alcuni teschi di banditi esposti per terrore della gente. E c'era una differenza fra banditi e scorridori: questi erano ladroni, quelli erano fuori bando per qualche vendetta ed erano d'ordinario generosi e cavallereschi. La condizione di perseguitati dalla giustizia li faceva malfattori; ma il coraggio di cui davano prova, li circondava di poesia.

Luigi Natoli

Inizia così un lungo articolo del grande romanziere e storiografo palermitano pubblicato sul Giornale di Sicilia nel 1930 e sono le giuste parole per introdurre il romanzo storico siciliano che Alexandre Dumas dedicò alla figura del "brigante" Pasquale Bruno. Fuorilegge per vendetta. Fuorilegge per amore. 

Era un giovane di venticinque o ventisei anni, che sembrava appartenere alla classe del popolo: portava un cappello calabrese legato da una striscia di velluto che ricadeva ondeggiante su la spalla, stretto alla vita da una di quelle cinture di seta rossa con ricami a frange verdi, che si fabbricano a Messina ad imitazione di simili lavori del levante; finalmente burzacchini e scarpe di pelle erano il compimento dell'abito montanaro, non privo di eleganza, che parea scelto a bella posta a dar risalto alle belle proporzioni del corpo di colui che lo indossava. Quanto al suo aspetto era di una beltà selvaggia, i suoi contorni fortemente risentiti, annunciavano l'uomo del mezzogiorno, avea occhi arditi e fieri, barba e capelli neri, naso aquilino e denti bianchi e compatti. 

Alexandre Dumas

C'è più di questi banditi?

Il bandito Pasquale Bruno.

Il bandito Pasquale Bruno.

Tutta la Sicilia, da Messina a Palermo, da Cefalù a Capo-Passero, era piena della fama del bandito Pasquale Bruno. Ne’ paesi come la Spagna e l’Italia, dove un particolare ordinamento sociale tende sempre a respingere al basso ciò ch’è nato nel basso, e dove l’anima manca di ali per sollevare il corpo, un’indole elevata è una disgrazia nella oscurità della nascita; perché, siccome essa tende sempre ad uscire del cerchio politico ed intellettuale dove la sorte l’ha chiusa, siccome essa cammina incessantemente verso uno scopo da cui la disgiungono mille ostacoli, siccome vede ognora la luce che non può raggiungere, così, cominciando a sperare, finisce per maledire. Allora essa si fa ribelle contro la società, in cui Dio pose due diverse condizioni, l’una di felicità, l’altra di patimenti; reagisce contro questa parzialità della Provvidenza, e si stabilisce di autorità propria il difensore del debole e il nemico del forte; ecco perché il bandito spagnuolo ed italiano è sì poetico insieme e sì popolare; già quasi sempre fu quale dolore che lo spinse fuori via; ed egli consacra il suo pugnale e il suo schioppo a restituire l’equilibrio della natura viziato dalle umane istituzioni.
Non farà dunque maraviglia che non questi antecedenti di vita domestica, col suo carattere azzardoso, colla sua destrezza e forza straordinaria, Pasquale Bruno sia divenuto sì presto quel singolare personaggio ch’egli esser volle. Per così dire, si fece il giudice della giustizia; per tutta Sicilia, e particolarmente a Bavuso e paesi vicini, non commetteasi un atto arbitrario che potesse sfuggire al suo tribunale, e siccome quasi sempre le sue sentenze colpivano i forti, avea per sé tutti i deboli.

Alexandre Dumas: La città di Palermo...

Alexandre Dumas: La città di Palermo...

Se fu mai al mondo una città predestinata, è questa Palermo: posta sotto un cielo senza nuvole, sopra fertile suolo, in mezzo a campagne pittoresche, col suo porto di contro a un mare che voltola onde di azzurro, circondata a settentrione dal monte di santa Rosalia, ad oriente dal capo di Zafferana, difesa da ogni dove da una catena di montagne che cinge la vasta pianura, ov’essa si asside. Giammai veruna bizantina odalisca o egizia sultana non si specchiò con pari voluttà nelle onde della Cirenaica o del Bosforo, come fa, volgendo la faccia al suo mare, quest’antica figlia di Caldea. Per la qual cosa, cangiò ella invano di dominatori, questi disparvero, ed ella stette, e de’ suoi tanti padroni, sempre sedotti dalla sua dolcezza e dalla sua beltà, non ha serbato la schiava abbandonata che la rimembranza delle fugaci carezze e delle più durevoli offese. Gli uomini e la natura fecero quindi a gara per farla magnifica fra le ricche. I Greci le lasciarono i loro templi, i loro acquedotti i Romani, i loro castelli i Saraceni, le loro basiliche i Normanni, gli Spagnuoli le chiese, e, come la latitudine, dov’è posta, permette che vi fiorisca ogni pianta e che vi cresca qualunque albero, così riunisce essa ne’ suoi giardini l’oleandro della Laconia, la palma di Egitto, il fico dell’India, cactus opuntia, l’aloè d’Africa, il pino di Italia, il cipresso di Scozia e la quercia di Francia.

Alexandre Dumas 

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