logo i buoni cugini.jpeg

I Buoni Cugini Editori di Anna Squatrito

Viale Regione Siciliana n. 2347 - Palermo (Si riceve su appuntamento)

mail: ibuonicugini@libero.it

Cell. 3457416697 - 3894697296 (dott. Ivo Tiberio Ginevra, resp. vendite)

Whatsapp 3894697296 

www.ibuonicuginieditori.it 

Consegna gratuita per chi ordina da Palermo. Selezionare dal menu a tendina del carrello il codice postale 90100. 

Consegna a mezzo corriere o raccomandata postale in tutta Italia. Per ordinare puoi scrivere alla mail ibuonicugini@libero.it

Tutti i volumi sono disponibili online su Amazon Prime, Feltrinelli/Ibs e tutti gli store.

Disponibili in libreria presso: 

La Feltrinelli libri e musica (Via Cavour e punto vendita Centro Commerciale Conca d'Oro), Libreria Zacco (Corso Vittorio Emanuele 423), Libreria Modusvivendi (Via Quintino Sella 79), Libreria Nike (Via M.se Ugo 56), Libreria La Vardera (Via N. Turrisi 15), La Nuova Bancarella (Via Cavour) Spazio Cultura libreria Macaione (Via M.se di Villabianca 102) 

 

logo i buoni cugini.jpeg
la pelle del serpente.jpeg

LA PELLE DEL SERPENTE

Le “ricerche sulla mafia” di Antonio Petrucci

foto1.jpeg

Il giorno 26 marzo, nella Sala della Biblioteca civica, a Parma, Antonio Petrucci ha parlato del suo libro, La pelle del serpente. Ricerche sulla mafia, con gli allievi degli Istituti comprensivi “Puccini” e “Micheli”. Erano presenti il Prefetto, dott. Antonio Lucio Garufi, il Questore, dott. Carmine Rocco Grassi e l’Assessore ai Lavori pubblici e alla legalità, dott. Francesco De Vanna. Coordinatrice dell’iniziativa e moderatrice del dibattito la prof. Lorena Mussini.

Antonio Petrucci ci ha fatto pervenire la rielaborazione scritta del suo intervento, seguito da un vivace dibattito con i ragazzi.

 

 

Vorrei incominciare dal capitolo IV del mio libro, La pelle del serpente, dedicato alla nascita della criminologia. Il primo autore che incontriamo è Cesare Lombroso, che nel 1876 pubblica L’uomo delinquente (il libro avrà varie edizioni, ma le idee fondamentali non cambieranno.)

I “capisaldi” della teoria del Lombroso sono due: il primo è che “delinquenti si nasce” e il secondo è che “delinquenti si vede” giacché i delinquenti hanno caratteristiche evidenti, inconfondibili e inequivocabili che ne segnano la diversità.

Le teorie del Lombroso, e dei numerosi suoi seguaci, furono però contraddette, con ampia documentazione, da Napoleone Colajanni, autore de La sociologia criminale del 1889.

Per Colajanni le vere cause della delinquenza sono da cercarsi nelle condizioni economiche (la miseria, la fame), ma anche nelle condizioni sociali e politiche (guerre, militarismo, malgoverno), senza dimenticare il fanatismo e il carcere, vera “scuola di perfezionamento” del crimine.

Non c’è dunque un destino biologico né d’altra parte c’è un destino sociologico. Siamo liberi, possiamo scegliere; anche nelle condizioni più sfavorevoli. A volte scegliere spaventa perché ci allontana dagli altri, ma è la controprova della nostra libertà.

 

Le origini della mafia

Tutto questo per dire che l’inizio della mafia è storico. La mafia delle origini è agraria: nasce dal latifondo cioè da quelle grandi estensioni di terra che i proprietari, perlopiù aristocratici, affidano ai gabelloti. I quali, comandando sui contadini, diventano i veri padroni della terra. Né si può dire che il fenomeno sia limitato agli inizi dell’Ottocento: vedi oggi il così detto “caporalato”. Voglio inoltre ricordare che l’art. 44 della nostra Costituzione condanna il latifondo e si pronuncia a favore della piccola e media impresa.

Se nasce in campagna, però, la mafia allunga le sue braccia verso le città. Giacché ciò che si produce in campagna viaggia poi verso i centri dell’isola: e la mafia detta legge anche nel mercato ortofrutticolo, in quello della carne ecc.

Un momento importante, secondo me, è la nascita di un rituale. Prima del rituale, si può dire che la mafia c’è, ma non sa di esserci. Dopo il rituale acquista consapevolezza e conseguentemente anche forza. Siamo probabilmente dopo il Congresso di Vienna (1814-15) perché è quello il momento in cui nascono le società segrete. Il rituale prevede la domanda “con quale mano spari?” (cioè spari con la destra o con la sinistra?), poi si punge l’indice della mano indicata con una spina di rosa, si fa cadere il sangue su una immagine sacra e si pronuncia la frase fatidica: “In Cosa nostra si entra col sangue e si esce col sangue” – cioè morti. Quello che ho detto può sembrare folclore, ma nel libro di Giovanni Falcone, Cose di Cosa nostra, risulta ancora in vigore negli anni Ottanta (del Novecento stavolta).

 

La rivoluzione tradita

Poi c’è la Spedizione dei Mille (v. cap. II de La pelle del serpente). Fu una vera e propria rivoluzione siciliana, ma fu una rivoluzione tradita. In particolare i contadini, i braccianti, i poveracci che avevano seguito Garibaldi aspettandosi la fine del latifondo e la distribuzione della terra a chi la lavorava furono delusi. E non furono i soli. Anche i borghesi, gli intellettuali, molti dei quali erano repubblicani, rimasero delusi. Insomma, la Sicilia fu abbandonata a se stessa. Latifondo, latifondisti, aristocratici, gabelloti rimasero dov’erano. E in questa “distanza dello Stato” prosperò la mafia.

Sulla situazione dell’Isola dopo l’unità d’Italia e sulla delusione dei siciliani il testo che vorrei consigliare non è un saggio storico ma un romanzo, I vecchi e i giovani di Luigi Pirandello. Reputato uno dei meno significativi romanzi di Pirandello, è invece uno straordinario spaccato sulla Sicilia di fine Ottocento.

 

Perché la mafia?

Perché la mafia? E perché, soprattutto, mutando le condizioni socioeconomiche e politiche, la mafia non scompare ma, al contrario, diventa più violenta?

La prima risposta, si è già capito, è il rapporto con lo Stato. La mafia prospera nell’assenza dello Stato o nella sua distanza dalla società. Se lo Stato è forte, la mafia è debole. Se lo Stato è debole, la mafia è forte. Se lo Stato è debole, la mafia dilaga sul territorio, impone il pizzo, contrabbanda sigarette o droga, intimidisce l’imprenditore onesto, invade ogni attività redditizia.

L’altra risposta è la capacità della mafia di mutare adattandosi alle situazioni nuove. La mafia è una “realtà fluida” – un serpente che cambia pelle. Ad esempio, dopo l’abolizione del latifondo, cioè novanta anni dopo l’unità d’Italia, si sposta dalle campagne alle città, diventa, da agraria, imprenditoriale e si butta sull’edilizia. Poi arriva la droga e diventa, sul modello americano, gangsteristica. Infine va allo scontro frontale con lo Stato e diventa terroristica.

 

Negazione, omertà e ammirazione

Ci sono altri dati sui quali riflettere: dati che riguardano stavolta la popolazione e la sua percezione del fenomeno: ad esempio, la negazione, l’omertà e l’ammirazione.

La prima Commissione parlamentare di inchiesta arrivò dopo la “prima guerra di mafia”  (1962-63) cioè dopo la trasformazione della mafia da imprenditoriale a gangsteristica. Fino allora non si parlava di mafia o se ne parlava con cautela. Negare il fenomeno significa ovviamente favorirlo. (Uno dei primi a parlarne fu lo scrittore Leonardo Sciascia col suo Il giorno della civetta, ma la sua mafia è ancora all’antica, tradizionale. Il peggio doveva ancora venire.)

Poi c’è l’omertà. La quale ha due aspetti: paura e connivenza.  Ma l’omertà come connivenza finisce col pentitismo (v. il caso di Tommaso Buscetta). Il pentitismo è la vera voragine che inghiotte Cosa nostra.

C’è ancora un fattore che va a braccetto con l’omertà: è l’ammirazione per “l’uomo forte” che non sopporta le offese e si fa giustizia da sé. Ma anche l’ammirazione è finita. L’ammirazione è finita quando si è visto che la mafia non aveva valori, uccideva le donne coi loro mariti (la moglie di Carlo Alberto dalla Chiesa, quella di Nino Agostino, quella di Giovanni Falcone). È finita con le stragi che hanno colpito bambini e vecchi indiscriminatamente. È finita dopo la vile uccisione di don Pino Puglisi. Oggi gli eroi non sono più i mafiosi ma i magistrati che li hanno combattuti.

 

Il maxi-processo

40 anni fa il maxi-processo (1986-1992) dimostrò che la mafia si poteva e si doveva vincere. Ma questi fatti sono noti. L’istruttoria fu condotta dal pool di Antonino Caponnetto, che aveva come “punte di diamante” Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il presidente della Corte d’Assise era Alfonso Giordano e il giudice a latere Pietro Grasso. Dopo il maxiprocesso morirono sia Falcone che Borsellino, ma, all’inizio degli anni Novanta, i principali capi di Cosa nostra furono arrestati. 

Ed è lì, a metà degli anni Novanta, che finisce il mio libro.

Per concludere

Mi avvio in qualche modo verso la conclusione.

Ho scritto questo libro trent’anni dopo gli ultimi fatti narrati perché allo storico è necessario “vedere a distanza” (si dice che lo storico sia come i presbiti che vedono male da vicino e bene da lontano), ma anche perché credo che tutto ciò sia finito.

Chiarisco. Io non credo che sia finita la mafia. Credo che sia finita la mafia terroristica, quella delle stragi e dell’attacco allo Stato (è finita negli anni Novanta con l’arresto di Riina e dell’ala stragista). È probabile però che una mafia non terroristica ma affaristica, esperta di economia finanza diritto bancario, sia infiltrata nei gangli vitali della società.

Del resto, al tramonto di Cosa nostra corrisponde il “salto avanti” di ‘ndrangheta e camorra, mafia libica ecc. Conviene perciò vigilare per non cadere negli stessi errori del passato.

Dobbiamo, più in generale, combattere la cultura della violenza. Dobbiamo riconoscere l’altro come persona. Dobbiamo poi coltivare il diritto come guida del comportamento sociale. Senza leggi e senza il rispetto delle leggi non c’è società che possa sopravvivere.

 

                                                                                                                                                                                Antonio Petrucci

 

 

A. Petrucci, La pelle del serpente, Ricerche sulla mafia (1860-2006), I Buoni Cugini editori, Palermo 2025, Euro 15,00

www.ibuonicuginieditori.it