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Era Bellissima. Sebbene la moda di quei tempi, con maniche a sbuffi, col busto serrato, con la gonna larga, togliesse sveltezza e libertà alle forme del corpo, ella aveva qualcosa di molle e sottile, come di candido giglio. I bei capelli castani ondulati e raccolti indietro in trecce, e fermati da un cerchietto d’argento, incorniciavano un volto di pure forme classiche, dolcemente pallido, nel quale gli occhi grandi, neri, profondi lucevano in una specie di umidore languido e pieno di mistero e la bocca tumida e corallina pareva aspettasse dolcezze ignote.

Nel 1580 a Palermo non c’era donna più bella di Eufrosina Siragusa e non c’era maggior potere di quello del Magnifico e Illustrissimo Vicerè Marcoantonio Colonna, il valoroso capitano della flotta del Papa nella battaglia di Lepanto. C’erano anche dei nobili valorosi, dei ricchi aristocratici e tutti volevano donna Eufrosina, disposti anche a uccidere pur di averla, ma la bella donna era sposata al giovane Don Galcerano Corbera, barone del feudo del Misilindino, una delle nobiltà più antiche e ricche di Sicilia.

Luigi Natoli trae lo spunto da personaggi veri e fatti realmente accaduti per scrivere il più storico dei suoi romanzi ricostruendo con maestria un’epoca di grandi fasti e abiette miserie umane, dove generose e sincere virtù s’intrecciano in un dramma ignobile, passionale e sublime. Dove la bellezza di una donna è in grado di accecare la ragione. Una beltà che ha bisogno di vittime e che è vittima di se stessa.

Una cosa soltanto le piaceva e le procurava una viva soddisfazione: sentirsi dire con sincera e commossa ammirazione, che era bella, che era la più bella donna di Palermo e di Sicilia; che il suo corpo armonioso e perfetto pareva quello di una dea delle favole. Ebbe orrore che la maternità deformasse l’armonia di quelle membra; e allora cominciò a consultare donne esperte in molti segreti: chiuse il suo seno al mistero della vita, lo educò alle arti dell’abbigliamento femminile, usò pomate e acque odorose, accrescendo le seduzioni della sua beltà, lieta di suscitare intorno a se fremiti di desideri.

Donna Eufrosina Corbera

Donna Eufrosina Corbera

Era bellissima. Sebbene la moda di quei tempi, con le maniche a sbuffi, col busto serrato, con la gonna larga, togliesse sveltezza e libertà alle forme del corpo ella aveva qualcosa di molle e sottile, come di un candido giglio. I bei capelli castani ondulati e raccolti indietro in trecce, e fermati da un cerchietto d’argento, incorniciavano un volto di pure forme classiche, dolcemente pallido, nel quale gli occhi grandi, neri profondi lucevano in una specie di umidore languido e pieno di mistero e la bocca tumida e corallina pareva aspettasse dolcezze ignote.

Ella in verità non era stata mai innamorata di don Galcerano, fino allora anzi non aveva mai provato gli spasimi e le gioie di una passione. Amava il marito come un amico; perchè era suo debito, perchè era una legge o consuetudine di matrimonio; e così per legge, per consuetudine, per debito del suo stato, essa lo accoglieva fra le braccia; ma senza quelle profonde commozioni che tramutano in una divina poesia un contatto animale. Per una necessaria, ma spiegabile condizione di cose ella conosceva i misteri dell’amore, senza conoscer veramente l’amore pieno e intero, senza provar l’incanto di una dedizione di tutto l’essere, di vivere della vita altrui, di sentirsi una di spirito e di corpo con la persona amata.

Il matrimonio com’era consuetudine e come pareva saggia usanza, era stato concertato dai genitori all’insaputa dei giovani. Ella stava allora nell’educandato di Monte vergini per istruirsi. Tutte le fanciulle della nobiltà titolata, della magistratura e dei semplici gentiluomini, appena avevano cinque o sei anni venivan chiuse in quelle enormi gabbie che eran gli educandati dei monasteri e vi stavan fino a che prendevan marito, o, se pronunciavano i voti, sino alla morte.

Il suo cuore rimase estraneo, come estraneo gli era l’amore. Estraneo ed ignoto. Nessuna parola, nessuna fiamma ancora eran venute a rivelarle l’amore che dormiva in fondo al suo cuore, nel buio dei sensi. Tutto ciò che era avvenuto fra lei e Galcerano le pareva un cosa comune, doverosa; un obbligo del nuovo stato. La foga impetuosa del giovane marito, chè colpito dalla bellezza di donna Eufrosina, si abbandonava alla passione con l’intemperanza e l’ardore dei suoi diciannove anni, non comunicavano a lei nessun calore; appena una fugace irritazione dei sensi, che le dava una stanchezza e talvolta anche fastidio. Ella si maravigliava di quella insaziabilità da polledro sfrenato, della quale non si dava nessuna ragione.

Una cosa soltanto le piaceva e le procurava una viva soddisfazione: sentirsi dire da Galcerano con sincera e commossa ammirazione, che era bella, che era la più bella donna di Palermo e di Sicilia; che il suo corpo armonioso e perfetto pareva quello di una dea delle favole. Queste lodi avevano destato in lei un sentimento nuovo e un desiderio di constatare la sua bellezza. Volle vedersi tutta quanta in un grande specchio, e se ne compiacque. E allora sentì che bisognava conservare quella beltà, che esercitava tanto impero e amò la sua beltà, amò se stessa, ebbe pel suo corpo le maggiori cure; temette di essere sciupata dagli impeti di don Galcerano. Ebbe orrore che la maternità deformasse l’armonia delle sue membra; e allora cominciò a consultare donne sperte in molti segreti: chiuse il suo seno al mistero della vita, lo educò alle arti dell’abbigliamento feminile; usò pomate e acque odorose, accrescendo le seduzioni della sua beltà, lieta di suscitare intorno a se fremiti di desideri.

Ella dunque non poteva provare la tormentosa gelosia delle anime innammorate.

 

La famiglia Corbera

La famiglia Corbera

I Corbera eran venuti di Spagna fin dal Trecento; ed avevano acquistato in Palermo reputazione e dignità, e nell’isola, vasti possedimenti. In breve si erano naturalizzati; erano stati inscritti nell’ordine senatorio e avevano occupato uffici eminenti. Un Galcerano nel 1449, era stato presidente del regno, cioè aveva tenuto luogo del vicerè assente; un Giuliano, che aveva combattuto valorosamente contro il maresciallo de Lautree era stato Pretore della Città, e vuol dire presso a poco quel che oggi chiamiamo sindaco, ma con maggior dignità, un Pietro, suo figlio aveva militato sotto l’imperatore Carlo V, e n’aveva avuto fama di prode. Non vi mancarono uomini di lettere; fra i quali un Bartolomeno di cui rimane qualche poesia. Facevano per armi cinque corvi neri in campo bianco.
Capo della casa era adesso don Antonio nelle cui mani era passato il vasto feudo del Misilindino.
Munifico e di grandi idee, Antonio fondava in quei tempi intorno al vecchio castello un paese, quello stesso che poi si chiamò Santa Margherita; il che lo aveva costretto a contrarre molti e gravi debiti, che lo tenevano in liti continue, e ingoiavano gran parte delle entrate.
Il giovane Galcerano, al quale quella notte era toccata la strana avventura, era l’erede del vasto patrimonio, e delle virtù guerresche dei suoi maggiori. Troppo giovane quando don Giovanni d’Austria s’era mosso con l’armata contro il Turco, – aveva appena quindici anni, – non aveva potuto imbarcarsi sulle galere col fiore della gioventù palermitana andata volontaria all’impresa: ma i racconti delle prodezze compiute da Cola d’Odio, che impadronitosi da solo d’una galera turca, vi morì da archibugiata in fronte; di Cola dei Bologna, che ne riportò il soprannome di Valente; dal capitan Giorgio Montisoro, dal suo amico don Geronimo di Giovanni, da cento altri nobili, accorsi come lance spezzate o venturieri sulle galere della città di Palermo, gli accendevano una gran voglia di prender parte a qualche spedizione.
Ma in quegli anni il Turco, per la disfatta avuta a Lepanto, stancato dalle due spedizioni di Navarino e di Tunisi, che lo costringevano alla difesa, non osava; guerre in Italia non ce n’erano; anche nelle Fiandre v’era un po’ di tregua; e eran guerricciole e insignificanti. Il signor Galcerano perciò non poteva mostrare il suo valore che nella sua bella sala d’armi o nell’Accademia dei Cavalieri (specie di accademia militare) o nelle giostre; nelle quali, sebbene molto giovane, faceva begli incontri e sfoggiava ricche armature, spade di gran pregio, bardature e gualdrappe di finissimo lavoro.
Quella notte veramente era stata la prima volta che egli aveva dovuto giocar di spada sul serio, non per riportare, come nelle giostre, un onor più o meno vano, ma per difendere la vita; e aveva sperimentato il suo coraggio e il suo sangue freddo dinanzi a un pericolo reale. Della esperienza era soddisfatto; ma ora, solo, per via, domandava a sè stesso la spiegazione di quell’assalto.

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