Calvello il bastardo, il primo grande romanzo storico siciliano di Luigi Natoli, pubblicato a puntate dall'aprile al settembre del 1907 in appendice al Giornale di Sicilia con pseudonimo di William Galt, e in seguito riveduto e corretto dall'autore e pubblicato dalla casa editrice La Gutemberg in dispense nel 1913. Ed è in questa ultima ed unica versione originale che torna, dopo più di cento anni, in tutte le librerie e i siti di vendita online, ad opera della casa editrice I Buoni Cugini. 

Pagine 880 - Prezzo di copertina € 25,00

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Scontistica riservata per librerie e biblioteche. 

Calvello il bastardo. Grande romanzo storico siciliano.

Calvello il bastardo. Grande romanzo storico siciliano.

 Calvello il bastardo è il primo grande romanzo storico di Luigi Natoli, pubblicato con lo pseudonimo di William Galt. Così come in tutti gli altri che seguiranno, l'azione si svolge in Sicilia ed è proprio la Palermo borbonica del 1792 a fare da sfondo alle avventurose vicende di Corrado Maurici, che lo portano da semplice sergente dei fucilieri nelle milizie reali, a erede, sebbene bastardo, di una delle più blasonate famiglie nobiliari di Sicilia: i Calvello. Nobiltà antichissima che aveva il privilegio, ancor prima della dominazione spagnola, di portare il cuscino con la corona nelle cerimonie d'incoronazione dei reali. Un grande nome, un grandissimo peso che condiziona la vita di Corrado facendola diventare avventurosa in tutte le sfaccettature del bene e del male. Una vita costellata da un grande amore, intorno al quale ruotano forti passioni, inestinguibili odi, amicizie saldissime, idee liberali e feroci vendette.  

In questo romanzo compaiono tutti i temi cari a Natoli, in particolare quelli di eguaglianza e giustizia, di libertà e amore. Un amore assoluto per il popolo siciliano, perseguito e affamato dalla tirannide borbonica, e che da sempre insofferente alle dominazioni straniere e contagiato dalle idee rivoluzionarie francesi, muove con Francesco Paolo Di Blasi i primi moti d'insurrezione anelanti la libertà. Compare anche il netto contrasto fra la frivola e ricca nobiltà palermitana e la popolazione allo stremo delle forze, soggiogata da preconcetti e superstizioni secolari che il Natoli disprezza e combatte cercando di instillare l'orgoglio di appartenenza al grande popolo siciliano, democratico, libero e giusto.

E infine c'è l'amore dello scrittore per i grandi sentimenti positivi spesso messi a stridente confronto con i loro opposti, e così i binomi di odio e amore, pietà e malvagità, onestà e ingiustizia, prepotenza e altruismo, animano le pagine di questo romanzo fantasioso e al contempo reale, carico di colpi di scena con un finale del tutto imprevedibile e amaro. Un grande romanzo popolare, unanimemente riconosciuto fra i più belli e perfetti del genere. Dopo Calvello il bastardo seguiranno altri 26 romanzi, senza che il lettore percepisca che è la sua opera prima. Non troverà, infatti, un autore acerbo e pronto a maturare negli scritti successivi; non troverà alcuna evoluzione di pensiero o d’espressione stilistica, e questo perché Natoli, così come i veri geni dell'umanità, confeziona subito un romanzo perfetto che nulla ha da invidiare ai seguenti, non facendo trasparire alcuna crescita dello scritto o delle idee perché già maturo così. Creando gesta ed eroi che si imprimono indelebili nella memoria del lettore.

Corrado e la sua condizione di bastardo dei Calvello

Corrado e la sua condizione di bastardo dei Calvello

E allora pensò alla sua umile condizione; uno scoramento indicibile dileguò quelle tenui speranze, come un colpo di vento fa delle foglie morte sparse per terra. Donna Aurora, unica erede di quei nonni vecchi e ricchissimi, bella e gentile, doveva certo essere ambita dai primi signori del regno, e il marchese suo padre aveva certo dei grandi sogni su di lei; che cosa era egli per osare, soltanto osare, di levar la mente sino a quella fanciulla? Un oscuro sergente!... Sì; certo il sangue che scorreva nelle sue vene poteva essere più illustre anche di quello di un Ribadeneyra; ma aveva egli il diritto di vantarsene? Sopra di lui pesava una fatalità, contro la quale nessuna forza sarebbe valsa. Era la fatalità di una legislazione, che per secoli condannava all'oscurità e bollava con un marchio d'infamia chi non era nato fra le sanzioni della legge. Egli non si poneva dinanzi agli occhi della mente l'ingiustizia sociale che faceva la colpa di un amplesso clandestino o criminoso sopra chi non aveva domandato o desiderato di esser posto al mondo, nè vedeva tutta la crudeltà di un pregiudizio, che immola un innocente in olocausto alla ipocrisia dell'onestà o della reputazione altrui. Egli non poneva dinanzi a sè questo problema insoluto e insolubile, perchè in quel tempo non si discuteva neppure; ma ne sentiva tutto il peso, chinandosi sotto di esso, sapendo di non poterglisi ribellare, nè di potersene liberare.  

Corrado Calvello incontra don Francesco Paolo di Blasi

Corrado Calvello incontra don Francesco Paolo di Blasi

Sedettero. Don Francesco Paolo Di Blasi alzò il bicchiere, e, voltosi a Corrado, gli domandò:

-  Voi sapete chi siamo noi; ci farete l'onore di dirci a chi dobbiamo la nostra salvezza?

- Non scema forse il mio merito, dato che ne abbia alcuno? – osservò sorridendo Corrado. –  Del resto, signore, il mio nome vi sarebbe del tutto ignoto, e probabilmente non mi vedreste mai a Palermo...

Pietro s'era rispettosamente messo a servire, ma Corrado lo fermò con un gesto.

- Signori, – disse indicandolo; – questo giovane è ai miei servizi; ma egli mi ha salvato la vita più volte, in circostanze terribili; ed ha preferito una vita di rischi e di disagi per non abbandonarmi. Io ho preso a considerarlo come un mio compagno; e mi parrebbe di umiliar me stesso, permettendogli di ricordarsi che la fortuna lo fece nascere in una condizione inferiore. Vi domando il permesso di lasciarlo sedere accanto a me...

- Per bacco, signore! – sclamò l'abate Cannella col suo fare gioviale; – non sapete che io vengo di Francia, e che il Santo Padre mi ha fatto l'onore di cacciarmi da Roma per le mie idee? Liberté, égalité, fraternité.

- Che voi siete un gentiluomo – aggiunse don Francesco, – me ne ero accorto, nonostante la vostra tenuta campagnola, quello che voi dite vi accresce nella mia stima, perchè dimostra che voi avete il sentimento della vera nobiltà...

Corrado guardava attonito quei due signori, che parlavano un linguaggio nuovo al suo orecchio e al suo cervello: certe cognizioni confuse che egli aveva degli avvenimenti di Francia gli tornarono alla memoria. Evidentemente quelli erano due giacobini; l'abate specialmente. Un uomo di chiesa, imbevuto di dottrine rivoluzionarie, di quelle dottrine delle quali in Sicilia si aveva un grande orrore, e che rimaneva pertanto uomo di chiesa, gli pareva una cosa inconciliabile, sacrilega, criminosa. E nondimeno erano due signori affabili e simpatici, che non avevano nulla, all'aspetto e alle maniere, di quella belluina avidità di sangue, che si attribuiva ai giacobini. Abbozzò un sorriso e disse:

- Tutto ciò sa di... giacobino.

- Perfettamente! – sclamò l'abate; – e a quanto pare siamo dello stesso animo...

- Oh no, signore, – protestò vivamente Corrado; – io no...

- No? – rispose con lieve ironia l'abate; – avete paura della parola, a quanto pare, pel pregiudizio che oscura la vostra mente; ma quello che voi avete detto, e quello che fate, facendovi sedere a fianco il vostro domestico, e riconoscendolo vostro pari, è perfettamente… giacobino!...

- Ecco che cosa può l’ignoranza in cui è tenuta la patria nostra! – osservò amaramente don Francesco – uomini di cuor generoso, di spiriti nuovi, atti ad affrontare e a vincere i pregiudizi sociali, sono sopraffatti dal pregiudizio politico, che rappresenta le nuove idee, i nuovi principii come qualcosa di innaturale, di spaventevole... Eh, giovanotto mio, tutto ciò che è nuovo, e che per conseguenza urta contro il vecchio, è in fondo rivoluzionario; e ciò che è rivoluzionario è giacobino... Voi avete creduto di compiere un atto di riconoscenza verso un uomo che la fortuna ha fatto nascere in un ceto ritenuto inferiore, un atto perfettamente cristiano... ma nel tempo stesso avete combattuto e vinto in voi il pregiudizio anticristiano che vi faceva considerar cotesto giovane come un vostro inferiore; avete cancellato la distanza che la vecchia società ha posto fra padroni e servi, e avete proclamato l'idea della vostra fratellanza.... Che cosa volete di più rivoluzionario nel vostro atto? Ebbene, giovanotto mio, cotesto giacobinismo che vi ha fatto paura, proclama appunto il gran principio che tutti gli uomini sono uguali e sono fratelli...

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