Luigi Natoli: Latini e Catalani. Vol 1: Mastro Bertuchello. Vol. 2: Il tesoro dei Ventimiglia.

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Ritorna in una nuova edizione integralmente tratta dalle pubblicazioni de "La Gutemberg" nel 1925 e 1926 il romanzo di Luigi Natoli "Latini e Catalani" nei due volumi "Mastro Bertuchello" e "Il tesoro dei Ventimiglia". Copertine di Niccolò Pizzorno.

Mastro Bertuchello e Il tesoro dei Ventimiglia sono rispettivamente il primo e il secondo volume del grande romanzo storico siciliano Latini e Catalani che Luigi Natoli, dopo avere pubblicato in appendice al Giornale di Sicilia tra il 1921 e il 1922, diede successivamente alle stampe con La Gutemberg Editrice in nuove edizioni rivedute e corrette negli anni 1925 e 1926.

Nei due volumi, che possono leggersi separatamente senza che il secondo renda necessaria la lettura del primo, il grande romanziere palermitano descrive in modo impeccabile l'epoca oscura e controversa del medioevo siciliano, con specifica attenzione ai fatti storici e alle guerre fratricide volume dalle più importanti baronie isolane dei Chiaramonte, Ventimiglia e Palizzi, volte alla conquista del potere supremo detenuto dalla corona aragonese oramai debole e pronta a spegnersi.

A fare da sfondo al romanzo è una Palermo ancora splendida nelle sue vestigia arabo-normanne, ricca di etnie, tradizioni e cultura dove regna anche una grande miseria materiale e morale afflitta da pregiudizi e da una confusa identità politico/popolare.

Latini e Catalani volume primo: Mastro Bertuchello. Antefatto storico.

Latini e Catalani volume primo: Mastro Bertuchello. Antefatto storico.

Come Federigo diviene re di Trinacria

Dopo tanti insuccessi tra Carlo di Valois e Roberto d’Angiò, si convenne di trattare la pace. Per le trattative corsero alquanti giorni: infine furon conchiuse e giurate a Caltabellotta il 31 agosto 1302. Con esse si lasciava la Sicilia a Federigo, finchè fosse vissuto, col titolo di re di Trinacria, patto disonorevole: gli si dava in moglie Eleonora figlia del re Carlo d’Angiò; i figli sarebbero stati re di Sardegna e di Cipro: Federigo doveva rendere le terre occupate sulla penisola e Carlo quelle occupate in Sicilia.

La Sicilia, che dopo venti anni di guerra era esausta, ne giubilò: Bonifazio dovette frenarsi. Promulgata la pace si fecero feste, ed è fama che a un convito, sedendo Nicolò Palizzi fra Roberto e il Valois, e questi avendogli domandato che cosa avrebbe fatto, se l’assedio avesse reso impossibile la difesa di Messina, ebbe risposta: “Messere, consumato l’ultimo boccone di carne di cavallo e di cane, avremmo ucciso le donne, i vecchi, i bambini, e avremmo dato fuoco alla città per morire tra le sue rovine come quelli di Sagunto”. E Carlo a Roberto: “Vedi chi volevamo vincere! Bene è stata la pace!”. Federigo attese a ristorare il regno in quegli anni di pace, durante i quali, morto Bonifazio VIII, egli migliorò i rapporti con Benedetto XI, e più ancora con Clemente V. Intanto gli nasceva il figlio Pietro, e morivano Carlo II e Ruggero di Loria. Ma la pace fu turbata. Calato infatti Arrigo VII di Lussemburgo a coronarsi imperatore, i Ghibellini sperarono di risolvere le loro sorti. Arrigo si rivolse per aiuti a Federigo, che non aspettava di meglio per diventar capo del partito ghibellino; e intanto, per punire Roberto, che per la morte di Carlo II era salito al trono, lo dichiarò decaduto. Federigo fatto riconoscere per suo erede il piccolo Pietro, partì per la Toscana; ma la improvvisa morte di Arrigo lo fece ritornare. Questi fatti ruppero la pace....

Roberto con un’armata, presa per tradimento Castellammare, andò ad assediare Trapani, ma la resistenza dei cittadini, il logoramento dell’esercito, i rigori invernali, la minaccia di essere assalito, lo persuasero a domandare una tregua; e tornò a Napoli. Federigo, appena spirata la tregua assalì e riprese Castellammare. Roberto raccolse un nuovo esercito, gli pose a capo Tomaso Marziano conte di Squillace, e lo mandò in Sicilia. Questi assediò invano Marsala difesa da Francesco Ventimiglia, e allora il conte si diede a guastare le contrade, girando per l’isola; e venuto nelle campagne di Palermo si sfogò a recidere i bei palmizi e i gelsi e ogni altra pianta, e con questa vittoria arborea si partì. Né lui né altri capitani allora cercarono di misurarsi con l’armata siciliana.

La guerra tra re Federigo e Roberto d'Angiò

Palermo, 1325 

A prevenire l’offensiva che Federigo meditava, il papa Giovanni XXII si intromise per una pace più durevole, e invitò gli ambasciatori di Sicilia, d’Aragona e di Napoli ad Avignone, allora sede pontificia. Vi andarono quelli di Sicilia, ma non quelli di Napoli, e così tutto sfumò. Avendo intanto Federigo aiutato i fuoriusciti Ghibellini di Genova sotto i Guelfi, che protetti da Roberto, s’erano impadroniti della repubblica, e fatto coronare re il principe Pietro, il che era contro la pace di Caltabellotta, il Papa, che stava per l’Angioino, ne prese pretesto per scomunicare Federigo, colpire la Sicilia d’interdetto, e riprendere la quistione del titolo di “re di Sicilia” che Federigo aveva riassunto. Riarse la guerra, e Roberto allestita una flotta di centotredici galere, di cui trenta genovesi, col figlio duca di Calabria e il fior dei baroni, lo mandò in Sicilia. Il 26 maggio 1325 il nemico sbarcò nelle campagne di Palermo: s’accampò sotto le mura, distrusse il parco della Cuba, depredando e bruciando, e poi diede l’assalto. La città era difesa da Giovanni Chiaramonte, detto poi il Vecchio, che aveva con sé, tra i baroni, Matteo Sclafano, Nicolò ed Enrico Abate, Giovanni Calvello, Simone Esculo e tutti i cittadini animosi. Per tre giorni con ogni macchina e strumento di guerra Genovesi e Napoletani si travagliarono in assalti, in punti diversi; e per tre giorni furono con gravi perdite ributtati. E si vide in quei frangenti il vecchio Chiaramonte, gottoso, farsi trasportare su una sedia qua e là sulle mura, dove maggiore era il pericolo, a incoraggiare e dirigere la difesa. Allora rinunziando agli assalti, il nemico cinse la città d’assedio, sperando prenderla per fame: ma la notizia che sopravveniva a gran giornate Giovanni Chiaramonte il giovane con altri baroni e buon nerbo di cavalli e di fanti, persuase il duca di Calabria e gli altri capitani a togliere l’assedio, e a contentarsi di dare il guasto alle campagne. E queste furono le imprese, né da re né da capitano, ordinate dal re Roberto, per lungo corso di anni.

Quando alla calata di Ludovico il Bavaro, si rianimarono i Ghibellini, Federigo si alleò col Tedesco, che coronato imperatore a Roma il 22 gennaio 1327, perduto inutilmente un anno, nell’aprile del 1328 fece deporre il papa Giovanni, ed eleggere un antipapa, Nicolò V. Ma Federigo, non volendo accrescere le ire del Pontefice, non riconobbe Nicolò; non negò però i suoi soccorsi all’Imperatore, e mandò con una flotta Pietro; il quale dopo avere danneggiato il castello di Astura e compiute altre operazioni, abboccatosi con l’imperatore di Pisa, ritornò in Sicilia, e l’Imperatore in Germania, dileggiato del rumore fatto per una impresa andata in fumo.

La morte di Federigo d'Aragona

Un avvenimento che fu poi cagione di tristi conseguenze pel Regno, contristò Federigo in questo tempo. Aveva Francesco Ventimiglia, ricchissimo conte di Geraci, presa in moglie Costanza Chiaramonte; ma poco dopo innamoratosi di un’altra donna, la ripudiava col pretesto di sterilità. Ella si rinchiuse in un monastero. Il fratello Giovanni n’arse di sdegno e cercò vendicarsi. Scontratisi in Palermo con i loro scherani, vennero alle mani; il Ventimiglia ferito ricoverò nella reggia. Federigo, che l’aveva caro, esiliò il Chiaramonte, il quale si ribellò e non ebbe vergogna di portare le armi di Roberto contro la patria: poi, pentito andò in Germania, e capitanò le schiere di Ludovico il Bavaro, che lo fece marchese di Ancona.

Roberto riprese la guerra: e fu sul punto d’impadronirsi del Castello a mare di Palermo, per tradimento, se i cittadini non avessero sventata la trama, e bloccavano il castello; per cui le galere angioine dovettero lasciar l’impresa, e dare il guasto altrove. Federigo sperava d’avere amico il nuovo papa Benedetto XII come si era mostrato da cardinale, ma ne fu deluso; per cui si preparò a difendere nuovamente il Regno. Ma la perdita delle Gerbe, rivoltatesi pel mal governo del capitano che v’era preposto, lo addolorò; ed egli ormai stanco e travagliato dalla gotta, desiderava riposo.

Nell’estate del 1337, recandosi a Castrogiovanni (Enna) per passarvi l’estate, a Resuttana fu assalito dal male: e temendo la morte volle far testamento. Lasciò Pietro erede del regno e degli altri diritti; fece Giovanni, altro suo figlio, marchese di Randazzo, Guglielmo, terzo suo figlio, duca d’Atene e Neopatria, Federico d’Antiochia, conte di Capizzi; il primogenito del conte Francesco Ventimiglia, anch’esso di nome Francesco, conte di Golisano; ed altre disposizioni diede. Trasportato a Castrogiovanni, e peggiorando, disse voler morire in Catania; e vi fu portato a spalla dai cittadini, che accorrevano al suo passaggio. Morì nell’Ospizio dei cavalieri di Gerusalemme il 25 giugno 1337.

Ebbe solenni funerali, fu deposto temporaneamente nel duomo di Catania, ma poi fu trasportato a Palermo.

Federigo fu di animo grande; buon capitano, accorto ma non profondo politico, seppe far fronte alle grandi difficoltà, tenendo testa per quarant’anni al Papato, alla casa d’Angiò, alla Francia, ai Guelfi d’Italia, alla casa Aragona, alle armi, alle scomuniche, ai tradimenti; mantenendo l’indipendenza del Regno da abile nocchiero. I Siciliani videro in lui il principe che difendeva l’indipendenza, e per quarant’anni gli diedero sangue e averi; e con essi la forza e la costanza. Fu amico degli studi, e studioso egli stesso; fece venire in Sicilia Arnaldo di Villanova, celebre alchimista e filosofo, e con lui aveva in animo una riforma religiosa, alla quale s’era ispirato nel proporre un ordinamento generale della scuola, il primo che si vedesse. Fu legislatore sapiente, il quarto dopo Ruggero II, Guglielmo II e l’imperatore Federico. Ma sventuratamente lasciava tre mali; un successore inetto, un baronaggio strapotente, la guerra ancora accesa. La stella della dinastia aragonese tramontò con lui, per non risorgere più.

Antefatto storico tratto da: Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo di Luigi Natoli e inserita nel romanzo per maggiore chiarezza del lettore. 

Latini e Catalani vol. 2: il tesoro dei Ventimiglia.

Latini e Catalani vol. 2: il tesoro dei Ventimiglia.

Nel secondo volume di "Latini e Catalani" ritroviamo mastro Bertuchello alle prese con un immenso tesoro la cui esistenza è divenuta leggenda. Sarà lui a dipanare il mistero e a tirare le fila di una storia ricca di intrighi e avventura dove i puri valori della lealtà e amicizia faranno da contraltare all'odio razziale, ai tradimenti e alla bramosia del potere.

Luigi Natoli nel romanzo Mastro Bertuchello: descrizione del protagonista

Luigi Natoli nel romanzo Mastro Bertuchello: descrizione del protagonista

Da due anni circa il Comune aveva scelto a insegnar grammatica un chierico; non “chierico” perché appartenesse alla chiesa; ma perché aveva percorso tutti gli studi fino alla teologia, e portava ancora la zimarra degli uomini di chiesa, come d’ordinario i maestri, ancorchè laici. Si chiamava mastro Bertuchello.

Nessuno, neppur lui sapeva perché avesse questo nome. Era forse un soprannome? Un’ ingiuria? Da bambino lo chiamavano Bertuchello; e continuavano a chiamarlo così, ed egli stesso si sottoscriveva “ Mastro Bertuchello” sebbene la sua mamma gli avesse detto che egli era stato battezzato dalla chiesa madre di Geraci, col nome di Giovanni e che a suo padre, Maso Mangialavacca, “borgese” di Geraci, era stato tramandato quel curioso nome da uno zio canonico del duomo di Cefalù.

Mastro Bertuchello era veramente giovane; aveva ventitré anni ed era venuto in Palermo da pochi mesi, dopo più d’un anno dalla catastrofe del conte suo signore.

era piccolo, magro, coi capelli neri, che gli scappavano a lunghe ciocche sul collo da sotto la cuffia. Il suo volto lungo con un muso di faina, raso, aveva un’età indefinibile. Gli si potevano dare venti o quarant’anni. Dal naso al mento, pei solchi che si affondavano sulle guance, per la piega amara e beffarda delle labbra aveva quarant’anni; ma gli occhi grandi, vivaci, che ridevano anche quando la bocca pareva più amara, eran quelli di un giovane a venti anni.

La sua cuffia di velluto nero, qua e là spelato, teneva buona compagnia alla zimarra, che aveva ai gomiti e sul petto una lucidità, indizio di una età venerabile e di un lungo servizio; e alle sfilacciature e a qualche strappo mal rammendato rivelava le condizioni economiche dell’ometto, non molto prospere, in vero. Ma eran cose alle quali egli non badava: pareva anzi che quella povertà fosse indispensabile a quell’aria di sdegnosa fierezza che gli splendeva sulla fronte ampia e impavida.

Il conte di Geraci

Il conte di Geraci

Messer Francesco Ventimiglia, conte di Geraci, vantava sangue regio. Una tradizione di famiglia, che però non è avvalorata da alcun documento, gli attribuiva discendenza dai principi della Casa d’Altavilla: certo le armi dei Ventimiglia erano quelle stesse dei re normanni di Sicilia: lo scudo d’azzurro traversato da una fascia a scacchi alternati bianchi e rossi.

Messer Francesco era uno dei più potenti signori del reame; il suo vasto dominio si stendeva dal mare fino sopra le Madonie.

Al tempo della catastrofe comprendeva una ventina di feudi, Sperlinga, Pollina, Castelbuono, Golisano, Gratteri, Sant’ Angelo, Malvicino, Tusa, Castelluccio, le due Petralie, Gangi, S. Marco, Belici e altre terre minori e casali, lo riconoscevano signore: alla sua casa,per diritto ereditario concesso dai re, spettava l’ufficio di Gran Camerario, una delle sei o sette dignità supreme del regno.

L’amicizia e la protezione di chi gli era largo al re Federigo, che lo aveva incaricato di ambasceria pel papa, e lo aveva dato compagno al principe Pietro nella escursione in Toscana, lo avevano fatto conte di Geraci: i servigi sedi da lui al re e al regno travagliato dalle continue pretensione della corte angioina, la ricchezza, l’ampiezza della stato ne avevano fatto il personaggio più rispettato, più temuto, più invidiato. Non poteva dire di essere amato o di godere salde amicizia. Non se le accattivava. facile agli impeti, violento, instabile nelle relazione, vago di piaceri e di novità, superbo della sua nobiltà, spregiatore degli altri, generoso fino alla prodigalità e nel tempo stesso geloso dei suoi diritti, prode, irriflessivo, era un impasto di buone e di cattive qualità.

 

La famiglia Chiaramonte

La famiglia Chiaramonte

V’era un’altra grande e illustre famiglia, antica nell’isola da quanto quella dei Ventimiglia, venuta anch’essa di Francia coi Normanni, e che durante la guerra del Vespro, aveva acquistato fama: quella dei Chiaramonte.

Non erano i Chiaramonte così ricchi quanto i Ventimiglia, nè così addentro nelle grazie del re; ma vantavano più alte e più antiche origini. Si dicevano discendenti da Carlo Magno; e la tradizione di questa discendenza, anni più tardi, il più possente della casa, avrebbe fatto dipingere sul soffitto del grande salone dello Steri.

Avevano una fanciulla in casa, Costanza, figlia di Manfredi I, orfana di recente, che il fratel suo Giovanni avrebbe voluto accasare col conte Francesco. L’unione di queste due famiglie significava avere il dominio del regno. Giovanni era più giovane di messer Francesco, ma più ambizioso. Aveva anche lui sostenuto incarichi del re presso la corte imperiale; aveva combattuto con valore contro gli angioini, mirava forse a più alti uffici, ai quali certamente il parentando coi Ventimiglia avrebbe dischiuse o agevolato la via.

 

I fratelli Palizzi

I fratelli Palizzi

Poco oltre la metà della strada Celso, che correva lungo le mura settentrionali della città antica, – ancora visibili, – sorgeva un palazzo, detto degli Schiavi. Non si sa l’origine di questa denominazione, al tempo dei Saraceni e dei primi re normanni, quando Palermo serbava ancora la sua forma primitiva, ed era separata con mura e torri dagli altri quartieri sortivi intorno fin dai tempi dei Romani, di là dalla Sere el Kes (via della Calce) diventata per trasformazione la strada del Celso, si stendeva la regione transpapiretana, oggi detta del Capo, il quartiere della Beccheria, quello degli Amalfitani, dei Catalani, e via dicendo. Quella che oggi è la parte bassa del quartiere del Capo, era al tempo dei Saraceni il quartiere degli Schiavi o Schiavoni. Il cadì di questo quartiere abitava nella Sera el Kes. Può darsi che la sua casa fosse appunto quella detta qualche secolo dopo il Palazzo degli Schiavi. Nel 1322 esso apparteneva a due fratelli della nobile famiglia dei Palizzi, Damiano e Matteo, figli di quel Nicolò che aveva eroicamente difesa Messina, nel secondo assedio postovi dagli Angioini, e che a Roberto d’Angiò e a Filippo de Valois aveva dato la memoranda fierissima risposta. La gloria di Nicolò aveva schiuso le porte della reggia ai figli. Damiano era entrato nel chiericato, Matteo era destinato a continuare il casato. Era di poco maggiore età dell’infante Pietro, e ne divenne compagno, consigliere e guida nei sollazzi e nelle avventure.

Nel 1322 Matteo aveva circa vent’anni. Di statura media, bruno, pallido in volto, neri i capelli e gli occhi; non era brutto, ma aveva nello sguardo freddo e tagliente come la lama di un pugnale qualche cosa che agghiacciava il sangue e annullava la volontà. Tutti i lineamenti del suo volto, dal naso lievemente aquilino, al taglio della bocca, dall’ampiezza della mascella alla durezza del mento prominente, dalla convessità della fronte alla ruga che s’insolcava diritta e profonda fra le sopraciglia folte e nere, rivelavano una volontà tenace, una grande ambizione di dominare, violenza, simulazione e insensibilità di cuore. V’era qualche cosa di felino e di volpino.

Tutto volpe era invece Damiano, anche negli occhi gialli. Egli aveva quattro anni più di Matteo, sul quale aveva, più che per l’età, acquistato un certo ascendente con la sottigliezza dei suoi suggerimenti, con la ricchezza degli espedienti che la sua mente feconda sapeva trovare per trarsi d’impaccio, con la perfidia tenebrosa de’ suoi disegni. Era anche lui ambizioso, ma non soltanto per sé, anche per Matteo, pel quale aveva una certa tenerezza.

Nicolò non aveva lasciato loro altre ricchezze che la fama: poche terre che non rendevan molto; e che non consentivano a Matteo di sfoggiare come i Chiaramonte, i Ventimiglia, messer Matteo Sclafani, e quei signori catalani, che venuti poveri in Sicilia, s’andavano arricchendo delle terre tolte con la frode, coi tradimenti, colle concessioni regie, agli antichi signori indigeni.

Matteo aveva però trovato nella Corte una protettrice: la regina Eleonora.