Luigi Natoli: La baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue

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A nessun componimento della nostra letteratura popolare è toccata la sorte di avere tanti  e così diligenti illustratori e imitatori, come a quel tragico poemetto, che corre sotto il nome di Baronessa di Carini; al quale l’orrore del fatto, unico forse nella letteratura del popolo, la pietà verso la vittima, il grado e la notorietà dei personaggi e soprattutto la incomparabile bellezza della forma rappresentativa conferirono una meritata celebrità.

Così scriveva Luigi Natoli di questo dramma familiare, ma forse non tutti sanno che oltre alla novella intitolata La baronessa di Carini composta nel 1892 e ispirata al poema popolare di Salamone Marino, ben 18 anni dopo, il fecondo narratore palermitano con lo pseudonimo di Maurus, scrisse una nuova e meravigliosa novella: La signora di Carini, questa volta basandosi  sugli studi del Pitrè, e poi ancora un’attenta analisi con ricostruzione storica del poemetto siciliano del XVI secolo.

Tutto questo riproponiamo oggi nello splendore delle edizioni  originali insieme ad altre leggende e grandi tragedie familiari come, quella dei nobili Barresi e Santapau, e quella altrettanto famosa fra le potenti famiglie dei Perollo e de Luna, che lasciò memoria durevole nella tradizione popolare e passò alla storia come L’orrendo caso di Sciacca.

Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Avvertenze dell'autore

Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Avvertenze dell'autore

Questo volume è la riproduzione della raccolta "Storie e Leggende" di Luigi Natoli, edito nel 1892 dalla Casa Editrice Pedone Lauriel. La leggenda più famosa di questo volumetto è "La baronessa di Carini". Al volume abbiamo aggiunto "La signora di Carini", leggenda inedita sulla storia di Laura Lanza secondo la ricostruzione storica di Giuseppe Pitrè, pubblicata per unicamente nel Giornale di Sicilia dell'agosto 1910, ed un trattato dal titolo "Un poemetto siciliano del secolo XVI" estratto dagli "Atti della Reale Accademia di scienza, lettere ed arti" - Palermo, serie III vol IX - 1910" dove l'autore esamina sia dal punto di vista storico che poetico il famoso poemetto "che corre sotto il nome di Baronessa o Principessa di Carini" per dare al lettore sia la completezza degli studi di Luigi Natoli sul caso della Baronessa di Carini, ma anche il piacere di scoprire altri tristi "casi" siciliani, come quello dei Santapau dove è protagonista la bella e sfortunata donna Aldonza, baronessa di Militello, o il famoso e cruento "caso di Sciacca"; grandi atti eroci come quello del messinese Antonio Duro contro i turchi, o la cacciata degli Ebrei da Palermo il 12 gennaio 1493.

Di seguito la prefazione al volume "Storie e Leggende" di Luigi Natoli:   

"Per non turbare la narrazione, e per non schiacciare il lettore sotto il peso di una spaventevole erudizione, ho soppresso in questo libro ogni e qualsiasi nota.

Per coloro però che volessero sapere donde ho tratto la materia di queste novelle storiche o leggendarie che siano, noto qui le fonti alle quali, con maggiore o minore larghezza, secondo lo svolgimento drammatico, ho attinto.

Il Piede del Crocifisso ho desunto in parte da una monografia di Vincenzo Auria (Il vero e originale ritratto di Cristo N.S. in croce – Palermo 1669) e in parte da una tradizione orale.

Le Gesta di Galeazzo, dalla Sicilia Ricercata di Antonino Mongitore (Palermo 1742).

Un Eroe, oltre che dal citato libro del Mongitore, dalle storie del Sabellico (Deca III, libr. 9) del Cepio (Rebus Venetis libro II) del Maurolico (Sicaniarum Rorum, lib. V, VII).

Fuga d’amore, l’Esodo, il Caso di Sciacca ho tratto dalle Storie Siciliane di Isidoro La Lumia (v. I quattro Vicari, gli Ebrei in Sicilia – La Sicilia sotto Carlo V, nei vol. II e III – Palermo 1883).

Per I Santapau, sebbene le ricerche fatte da ch. Signor A. Flandina nell’Archivio e pubblicate nell’Archivio Storico Siciliano (anno III, fascicolo IV, Palermo 1679) modifichino lo svolgimento di quel tragico fatto, ho voluto seguire invece la cronachetta manoscritta, raccolta dal Villabianca nei suoi Opuscoli che si conservano alla Comunale, la quale mi è parsa più poetica.

Nella leggenda della Baronessa di Carini ho seguito lo stupendo poema popolare edito dal dotto S. Salamone Marino (Palermo 1873 – V ediz.) quantunque l’acuta opinione ultimamente espressa dall’illustre G. Pitrè (vedi la nuova edizione dei Canti Popolari Siciliani Palermo C. Clausen edit. 1891) sia degna di considerazione.

 Luigi Natoli"

 L'editore desidera ringraziare:

L'amico Vito Cracchiolo per aver fraternamente messo a disposizione il volume originale dell'opera e il Giornale di Sicilia del 1910, dal quale è tratto il racconto "La signora di Carini".

Il museo Giuseppe Pitrè per aver messo a disposizione l'estratto "Un poemetto siciliano del XVI secolo"

 

Dedica di Luigi Natoli alla moglie Teresa nel volume "Storie e Leggende" pubblicato nel 1892

Dedica di Luigi Natoli alla moglie Teresa nel volume "Storie e Leggende" pubblicato nel 1892

"Questo libro, o Teresa, s'è stampato sotto gli occhi e gli auspici tuoi. La sera, seduta a canto a me, tu seguivi con lo sguardo la penna nella ricerca industriosa degli errori di stampa; e talvolta m'aiutavi a trovarli. La tua testolina bruna era a me così vicina, che io sentivo il tuo respiro, e allora mi voltavo, e, leggendoti in viso un certo compiacimento affettuoso nella lettura di queste novelle, mi ricordavo come per esse io ti conobbi, e tu mi richiamasti a vivere e ad amare. Ecco perchè, ora che il volume viene alla luce, nel tempo delle nostre nozze, io te lo dedico.

Luigi"

Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue...

Luigi Natoli: La Baronessa di Carini - Un poemetto siciliano del secolo XVI - Trattato storico sul Caso di Carini

Luigi Natoli: La Baronessa di Carini - Un poemetto siciliano del secolo XVI - Trattato storico sul Caso di Carini

Il signor Pietro Barcellona di Carini, raccogliendo in un grosso volume di varia materia, le memorie della sua terra natale, e rifacendo secondo la sua fantasia o leggenda o “storia vera” della baronessa di Carini, praticò delle ricerche in quell’archivio parrocchiale, già frugato dal Salomone-Marino; e trovò nel registro dei morti dall’anno 1559 al 1575, a carte 38, verso, sotto il mese di dicembre, le due noterelle conosciute oramai dagli studiosi, ma che giova riprodurre: 

A di 4 dicembre, VII ind. 1563, fu morta la Baronessa

Laura La Grua. Seppellio a la matri ecl.” 

A scanso di equivoci noto qui, che alla dizione “fu morto, fu morta” non do, come ha fatto qualcuno, il significato toscano di “fu ucciso”. Essa è la traduzione del latino mortus, mortua est, ed equivale a “morì”. È la forma usata in Sicilia, in tutti gli atti di morte e dai cronisti.  

E immediatamente sotto: 

“Eodem, fu morto Ludovico Vernagallu ecc.” 

Eodem, cioè lo stesso giorno.

 La data è identica a quella del diario del Paruta; ma il nome della donna non è quello dato dall’Auria, né quello del poemetto; invece di “Caterina” essa di chiama “Laura”; e il Vernagallo, morto lo stesso giorno – si noti bene – non è quel Vincenzo che se ne andò in Spagna e di cui favoleggia il poemetto, ma un Ludovico, diverso dal padre di Vincenzo, il marito di Elisabetta La Grua, che già era morto sette anni prima, come afferma il Salomone-Marino.

Nessuna delle figlie di Vincenzo La Grua si chiama Laura, e nessuno dei fratelli di Vincenzo Vernagallo si chiama Ludovico...

(Tratto da "Un poemetto siciliano del secolo XVI di Luigi Natoli" , trattato storico del 1910 pubblicato nel volume "La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue". )

Nella foto: atto di morte di Laura Lanza e Ludovico Vernagallo, custodito nella Chiesa madre del Comune di Carini.

Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue.

Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue.

Il castello di Carini, teatro della tragedia della baronessa Laura Lanza nel 1563.

Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Primo capitolo de "La Signora di Carini"

Luigi Natoli: La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue. Primo capitolo de "La Signora di Carini"

I.

 

In silenzio, nell’ombra della sua camera, la fanciulla piangeva. Un dolore disperato le lacerava il cuore. Non avrebbe mai sospettato una perfidia di quel genere, che le squarciava a un tempo la cara e dolce fiducia in coloro che essa amava di più, e il velo che le avvolgeva ancora agli occhi verginali il dolce e indefinito mistero dell’amore. Anzi aveva tolto all’amore quel profumo di ignoto che era la fonte di quell’incantevole malinconia nella quale vagavano i suoi pensieri e i suoi sogni.

Ella aveva veduto!

E i sogni si erano infranti miseramente; e l’orrore, l’angoscia, lo sgomento imprimibile di ciò che aveva veduto, di quello che aveva perduto irreparabilmente, la gittavano singhiozzando col volto affondato sui guanciali.

Oramai in quel castello si sentiva estranea; qualche cosa aveva violentemente troncato tutti i legami che la univano alle persone con le quali coabitava, alle quali aveva fino allora portato un affetto fiducioso, sincero, profondo, devoto.

Tutto era finito! finito!

Egli le appariva un uomo mostruoso; la tenera poesia di cui lo aveva circondato si era dileguata a un tratto. Nessun colpo di vento spazzò così gagliardamente nebbia o fumo, come la orribile visione aveva fatto della sua poesia.

Ora si domandava affannosamente:

- Che fare?

Sì, che cosa doveva fare?

Rimanere e tacere?

Lo sdegno, la dignità offesa, il ribrezzo, le imponevano nel suo cuore:

- No; tu non devi restar più di un’ora in questa casa infame!

Andarsene dunque e rivelare il perché?

La collera, l’odio, la gelosia, la vendetta, le ruggivano:

- No! tu devi restare; rivelare la bruttura che offende te, la tua casa, tuo padre, l’onore del tuo nome, e trarne vendetta!

Ma un’altra voce, rimprovero, ammonimento, preghiera a un tempo, le suggeriva con tono accorato:

- È tua madre, Caterina!... tua madre!

Ah sì! era sua madre! Lo sapeva bene ella e questo appunto inacerbiva la sua piaga e la rendeva folle.

Così trascorse la notte; al mattino, uscì dalla sua camera con gli occhi rossi e gonfii, il volto disfatto, pallido. La vista della madre la fece ancor di più impallidire e quasi quasi venir meno.

- Che cos’hai? – le domandò la madre premurosamente.

A questa domanda e alla voce materna si riscosse, una espressione di fierezza sdegnosa le si dipinse sul volto.

Rispose seccamente:

- Nulla, signora madre.

Disse la parola madre, con una amarezza e con un fremito di orrore.

Verso mezzodì arrivò da Palermo il nobili uomo don Vincenzo La Grua e Talamanca, barone di Carini. Il giorno innanzi era andato per sue faccende alla capitale; ora ritornava nel suo bel castello di Carini, dove soleva passare alcuni mesi dell’anno, con la famiglia.

Il suono dei corni, il cigolìo delle catene che abbassavano il ponte levatoio, lo scalpitio dei cavalli, il frettoloso accorrere della servitù, il propagarsi dell’annuncio: – “È venuto il padrone” – tutto ciò aveva empito il castello di rumore e di vita.

I figli andarono a baciar la mano al padre, nell’anticamera, dove lo aspettavano. Quando venne la volta di Caterina, don Vincenzo sentì che la mano della figliuola tremava, e che alle sue labbra v’era come il fremito d’un singhiozzo.

Se ne stupì; quando si trovò solo con la moglie, le disse:

- Avete veduto, donna Laura, che viso ha Caterina?

- Sì, le ho domandato se si sentisse male, mi ha risposto di no... Fino a iersera stava buona ed era allegra... Non so che sia...

E aggiunse sorridendo da donna esperta:

- Cose da fanciulla. Qualche ubbìa!...

Non se ne parlò più; ma verso l’Ave Maria la fanciulla pregò il padre di concederle una breve udienza.

Don Vincenzo se ne stupì: che cosa c’era di nuovo? Che cosa era avvenuto durante la sua breve assenza?

- Ebbene, – disse – parla pure...

- Vossignoria mi permette, prima?...

Andò a chiudere la porta; precauzione che accrebbe lo stupore del barone di Carini.

La fanciulla stette un minuto immobile, pallidissima, coi grandi occhi chinati per terra. Don Vincenzo la guardava stupefatto, curioso e pietoso a un tempo.

- Dunque? – domandò con dolcezza incoraggiante – parla? Che cos’hai?

Allora Caterina gli si buttò ai piedi, supplichevole, con le mani giunte:

- Signor padre, son qui per supplicarvi come Gesù, perché mi concediate una grazia...

- Oh! oh! – disse il barone sforzandosi di prender la cosa in ischerzo, ma agitato da una certa ansia – Cose grosse dunque?...

- Vi prego, vi supplico, vi scongiuro per quanto avete di più sacro al mondo, di permettermi che io mi faccia monaca.

Don Vincenzo La Grua balzò sulla sedia, guardò la figliuola, ruppe in una risata:

- Ah! ah! ah!... Cotesta è buffa!... Farti monaca? E Vernagallo, si farà monaco anche lui?

Al nome di Vernagallo, il volto di Caterina si contrasse orribilmente; pure ella si dominò e con voce fioca, ma ferma, disse:

- Se vorrà farsi frate sarà un bene per l’anima sua; ma io vi prego, signor padre, di sottrarmi a queste nozze... Sento una vocazione ineluttabile pel monastero... Mandatemi di nuovo nel monastero, per professarmi...

Il barone la guardava, passando da uno stupore all’altro; certamente il volto ella fanciulla doveva esprimere un’angoscia, una tortura così grande e tremenda, che egli capì doversi trattare di cosa ben grave.

- Ma dunque dici davvero?... Ma come?... perché?... Bisognerebbe che le ragioni siano tali e tante da impormi quasi il dovere di ritirare una parola data. Sai bene che fra noi e i nostri parenti Vernagallo non c’è stato buon sangue, per via d’interessi; e questo matrimonio stabilito da quando tu eri piccolina così, doveva suggellare la pace fra le due famiglie... Che cosa è avvenuto da ieri a oggi?

- Oh no, – disse con torva tristezza la fanciulla – non da ieri... è più lungo assai... L’ho maturata nella mia mente, signor padre, e sento di non esser fatta pel matrimonio... Mi spaventa... ne ho orrore!...

- Bah! Cose da ridere!...

- No, no, signor padre, ve lo giuro... È una cosa orribile... Non mi costringete a questo matrimonio. Ne morrei, ne morirò!...

Il barone aggrottò le sopraciglia, e con parola recisa e dura, rispose:

- Basta. I baroni di Carini non hanno mai ritirata la loro parola. Sono oramai dieci anni che questo matrimonio è deciso, e si farà. Strano! Fino a ieri tu ne eri contenta e lieta; come mai, improvvisamente t’è venuto tanta avversione?

- Non lo so, – balbettò la fanciulla.

- È stato un sogno?

- Sì, sì, un sogno, un orribile sogno!... Ah che visione, signor padre!... Non può dirsi, non posso dirlo; è una cosa troppo forte... ma è così, come le dico: questo matrimonio è la mia morte... Perché vuol farmi morire? Perché non mi salva dalla morte e dalla disperazione? Perché mi vuol far perdere eternamente, corpo ed anima?...

Si esaltava supplicando, con le mani aperte, disperatamente.

Il barone non pareva persuaso: sentiva che sotto quelle parole c’era un mistero: ma quale? Un sospetto gli attraversò la mente. Sebbene il castello fosse sicuro, e i suoi facessero buona guardia, e non era possibile entrarvi, tuttavia il sospetto balenò.

Prese Caterina per la mano, e figgendole gli occhi negli occhi, le domandò scandendo le parole in modo significante:

- Ludovico avrebbe forse compiuto contro di te qualche mancanza...

Caterina trasalì, titubò.

- T’avrebbe offesa? – insistette il padre.

Ella fece forza a sé stessa, e rispose:

- No... non mi ha offesa...

Don Vincenzo sentì che nella risposta della figlia c’era invece una affermazione.

- Proprio?... Lo giuri?...

Caterina si sentiva lacerarsi l’anima. Con voce soffocata disse:

- Lo giuro...

Il barone tacque: guardò la figliola, torbido, chiuso, maturando forse un’idea.

- Sta bene; ne parleremo poi. Va nella tua camera.

La fanciulla si chiuse nella stanza piena del suo dolore, e si abbandonò interamente all’angoscia frenata nel colloquio col padre. Le idee più disparate, i propositi più opposti, la coscienza di aver mentito giurando il falso, il disgusto la collera, la ribellione, tutti questi sentimenti facevano un tumulto tremendo nell’anima sua. Ora si pentiva d’aver taciuto la verità, e si domandava perché. Paura forse? Aveva voluto risparmiare un dolore al padre? aveva voluto sottrarre la madre? Aveva obbedito a un sentimento di pudore? Non lo sapeva! Questo solo sapeva invece, che ella sarebbe stata immolata a quel matrimonio odioso.

“I baroni di Carini non hanno mai ritirato la loro parola...”

E se non ritirandola si facevano complici di un’infamia?...

"La signora di Carini" pubblicata per la prima volta da Luigi Natoli nel Giornale di Sicilia il 31 agosto 1910 con pseudonimo di Maurus. Pubblicata oggi nel volume La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue" da I Buoni Cugini Editori di Ivo Tiberio Ginevra.

Luigi Natoli: Il piede del Crocifisso nel volume "La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue"

Luigi Natoli: Il piede del Crocifisso nel volume "La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue"

Il Crocifisso della Cattedrale di Palermo, protagonista della leggenda "Il piede del Crocifisso" di Luigi Natoli inserita nel volume "La Baronessa di Carini e altri racconti con fatti di sangue..." edito da I Buoni Cugini Editori.