Luigi Natoli: I cavalieri della stella o La caduta di Messina

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Nel 1908 Luigi Natoli pubblicò in 154 puntate sul Giornale di Sicilia I cavalieri della stella o la caduta di Messina. Tutte le successive pubblicazioni del romanzo furono postume e riportano profonde differenze nello stile letterario del suo autore con quella del 1908 che oggi proponiamo fedelmente.

La Sicilia sopportò sempre il dominatore spagnolo con l’animo di rivolta e quasi tutte le città dell’isola si opposero fieramente alle barbarie di quest’oppressore. Anche Messina, dopo Palermo e Trapani, non fu da meno delle altre città, e dal 1672 s’impegnò in una fiera resistenza che per le proporzioni e le ripercussioni che ebbero nella politica europea fu di maggiore importanza delle altre.

Il 7 gennaio del 1679, il viceré conte di Santo Stefano, soppresse la Repubblica di Messina con l’Accademia della Stella, che era una scuola militare di giovani e valenti cavalieri, abolì tutti i privilegi della città, confiscò i suoi beni dichiarandola civilmente morta, fece togliere il capannone, dove si riunivano i cittadini e demolire il Palazzo di città, arando il terreno e cospargendolo di sale affinché non crescesse più nulla.

Così finiva la rivoluzione di Messina che avrebbe potuto conseguire anche l’indipendenza della Sicilia dalla Corona di Spagna e mentre la città dello stretto moriva assassinata, faceva vedere che il colosso spagnolo era con i piedi di creta, segno della sua prossima caduta.

In questi anni di fiera ribellione Luigi Natoli intreccia le vite di personaggi magnifici e immaginari nel rigore di un’attenta ricostruzione storica creando gesta ed eroi che s’imprimono indelebili nella memoria del lettore.

I cavalieri della Stella - Booktrailer

L'accademia della Stella

L'accademia della Stella

L'accademia della Stella di cui egli faceva parte, e aspirava ad esser capo, o, come si chiamava, Principe, era una compagnia o congregazione o scuola, o tutto questo insieme, di cento cavalieri, di nobiltà antica e indiscutibile, che face­van professioni d'armi allo scopo di for­nire eccellenti militi nella perpetua guer­ra contro i barbareschi: una specie di or­dine militare – in origine – non dissi­mile nello scopo fondamentale da quello dei cavalieri di S. Giovanni e di S. Stefa­no; ma senza alcun carattere monastico o voto minore; uguale alla Congregazio­ne d'arme, che s'era istituita in Palermo nel secolo XVI.

Posta sotto la protezione dei Re Ma­gi, aveva assunto come insegna la Stella miracolosa apparsa ai tre re d'Oriente, in­castrandola nella Croce di Malta: d'onde il nome di Accademia della Stella.

Col volger del tempo, pareva aver di­menticato il suo scopo originario; e non mandava più i suoi cavalieri a dar la cac­cia alle navi mussulmane; ma continuava con uno sfarzo, con una magnificenza tutta spagnola, a dar mostra di sè nella bravura de’ suoi cavalieri nelle grandi occasioni religiose o civili. L'insediamento del nuovo Senato, l'apertura della fiera, la festa dell'Assun­ta, l'arrivo o la partenza del vicerè, la pre­sa di possesso di un nuovo arcivescovo, le feste per la nascita di qualche principe reale, o di qualche matrimonio regio, o dell'incoronazione del re, e in generale tutti i grandi avvenimenti celebrati con pompa ufficiale, erano altrettante occa­sioni, perché i cavalieri della Stella faces­sero la loro sontuosa cavalcata, o cele­brassero una giostra, vaghissima per no­vità di giuochi, d'imprese, di divise, di colpi.

Non era facile far parte dell'Accade­mia. Oltre che si doveva essere nobili da almeno duecent’anni, il numero dei cavalieri era limitato a cento, e non vi si entrava che per elezione a bossolo, e dopo una serie di informazioni e di formalità per assicurarsi della degnità dell'aspirante: sicché far parte dell'Accademia si teneva a grande onore, e come un segno della nobiltà e della grandezza della casa, e i padri che già ne avevan fatto par­te, sollecitavano che quell'onore si trasmettesse nei figli, stabilendo una specie di successione ereditaria come in una paria.

 

La festa della Madonna della Lettera

La festa della Madonna della Lettera

Era questa una delle feste più solen­ni che si celebravano in Messina, e dopo quella dell'Assunta, era la più importan­te, come quella che celebrava, niente­meno! il giorno in cui la Madre di Gesù, proprio lei, inviava ai Messinesi con una lettera, scritta di suo pugno, una ciocca dei suoi biondi capelli. La lettera scritta il 3 giugno dell'an­no 42, fu data a due ambasciatori che i Messinesi, volendo convertirsi alla nuo­va fede avevano spedito alla madre di Gesù in Gerusalemme.

L'autenticità di questa lettera e della ciocca dei capelli non fu messa menoma­mente in dubbio; nessuno volle accor­gersi dello strafalcione cronologico che essa contiene; e dire che la lettera fu fab­bricata dall'umanista Lascaris nel secolo XV, pare anche oggi una bestemmia ai fedeli Messinesi; peggio poi pensare a qual capo poté essere tolto il capello che custodito in un'urna di cristallo di rocca, è per così dire, il palladio della città.

Si capisce come, aggiustando fede a una impostura, la festa che celebrava un avvenimento unico, orgoglio di Mes­sina, della quale la Vergine stessa si di­chiarava protettrice (Protectricem nos esse volumus) dovesse venire celebrata con le maggiori magnificenze.

Tutte le strade si addobbavano di drappi e di arazzi, magnifici di disegni e di ricami d'oro e d'argento quelli pen­denti alle finestre dei palazzi e dei mona­steri, rallegrati da ghirlande e da festoni di fiori quelli poveri delle umili case po­polari. Sopra antenne rizzate di proposi­to, sventolavano bandiere variopinte, e qua e là, nei crocicchi si elevavano archi di trionfo. Ogni tanto un altare ornato riccamente, con una immagine della Madonna; e intorno altri arazzi, altri fe­stoni, e fiori e sete e oggetti preziosi.

Le botteghe degli orafi e dell'arte della seta, vale a dire delle due maestran­ze più ricche e più potenti, si tramutava­no in gallerie fantastiche, che offrivano spettacoli meravigliosi di magnificenza, per le ricchezze che vi si mettevano in mostra. E poi, da per tutto, nelle finestre, nei balconi, dinanzi alle porte, intrec­ciati tra i festoni, lumi, lumi e lumi, che accesi la sera, spandevan tanta luce da fare, come scrive un cronista del tempo, “scorno al più fitto meriggio”. Ma ciò che formava la singolarità di quella festa era la esposizione di quadri, di statue, di nuova invenzione, ogni an­no; e che talvolta avevan argomento reli­gioso, ma più spesso erano allegorie, il si­gnificato delle quali non sfuggiva al popolo.

Quella era una delle processioni più strepitose, che si svolgeva per una lunga teoria di confraternite, di conventi e di preti, col capitolo del Duomo, il Sena­to, gli ufficiali della città, un lungo segui­to di gentiluomini e i Cavalieri della Stel­la, che godevano lo speciale privilegio di condurre la reliquia anche per la loro fe­sta, che cadeva il 6 gennaio, giorno dell'Epifania. I famosi capelli della Madonna nel­la loro custodia di cristallo, eran portati sopra un fercolo o macchina di argento, splendente di ceri, sotto un baldacchino di seta, tra i canti del clero e il fumo degli incensi e il rullìo dei tamburi, mentre su pel cielo squillavano le campane delle chiese.

La cavalcata dei Cavalieri della Stella

La cavalcata dei Cavalieri della Stella

Per antica consuetudine, il 25 di lu­glio, festa di S. Giacomo Apostolo, si apriva in Messina una gran fiera, che durava fino al 15 agosto, giorno dell'Assunta, e fe­sta solenne della città. La franchigia, che per privilegi reali, godeva Messina in quei giorni, faceva ac­correre mercadanti, industriali, artefici da ogni parte, allettati dalla esenzione di do­gane e di dazi, e di una folla straordinaria di compratori adescati dall'idea del ri­sparmio e della bontà delle compere. La franchigia si estendeva anche alla espor­tazione dei drappi di seta, fiorentissima e rinomata industria in Messina; onde i mercatanti d'Italia venivano a farvi lar­ghe provviste, per l'eccellenza dei tessuti e il vantaggio dell'acquisto. Per questo la fiera di Messina era di­ventata famosa e aveva acquistata im­portanza di grande avvenimento cittadi­no, al quale la città partecipava in forma ufficiale e con la massima pompa.

La mattina del 25 luglio si apriva so­lennemente la fiera, con una grande ca­valcata, in testa alla quale procedeva un giovinetto di famiglia nobilissima, regal­mente vestito, montato sul più bel caval­lo che si trovasse riccamente bardato. Agitava egli nelle mani uno stendardo, segno della conceduta franchigia. Dietro a lui seguivano i Cavalieri della Stella, nella loro più ricca divisa, accompagnati dai valletti, poi i senatori, nelle loro ric­che toghe, gli ufficiali della città, le milizie.

Era uno spettacolo magnifico per la ricchezza d'ori e di sete, per numero di in­tervenuti, per grandiosità d’insieme, che per le vie principali, donde sarebbe pas­sata la cavalcata, traeva il popolo avido di svaghi e di divertimenti, e orgoglioso della sua ricchezza e dei suoi privilegi. A questo, che era lo spettacolo ini­ziale seguivan poi altri pubblici diverti­menti, fino a che non giungevano i memorabili giorni delle feste dell'Assun­ta, le più grandiose che si celebrassero nell'isola, rivali, per singolarità e dovizia del famoso “festino” di S. Rosalia in Palermo. E feste pubbliche, alternandosi con le private, e i ricevimenti nei palazzi si­gnorili con le serenate a mare, in quelle notti estive bellissime del Bosforo d'Ita­lia, tenevan la città in una febbrile agi­tazione, eccitavan desideri, la gittavano nel mare dei piaceri, tra i quali pareva annegassero i travagli della vita e le asprezze della povertà del regno.

 

La cavalcata di S. Giacomo scendeva dall'alto della strada dei Mer­canti. Uscendo dalla chiesa di S. Maria della Scala, posta nell'angolo formato dalla strada del Duomo e di S. Agostino col torrente della Boccetta, l'Accademia dei Cavalieri per via di traverso entrava nella strada dei Mercanti, e la percorreva fino al Palazzo reale; e niuno spettacolo era più grandioso e magnifico, per nume­ro di cavalieri, ricchezza di vesti e di li­vree, splendore di armature.

Dinanzi, ca­valcava Antonello da alfiere, con una ric­ca assisa di terzanello d'oro, un ampio feltro sul capo, sul quale ondeggiava un gruppo di piume. Il suo cavallo, bianco come neve, dalle froge rosse, dalle gambe svelte e nervose, coperto di una gual­drappa rossa, ricamata d'oro di una ric­chezza e d’una bellezza straordinaria, era condotto a mano da due valletti con la livrea di casa de Gotho. Egli portava in mano lo stendardo della franchigia, con le armi di Messina, croce d'oro in campo rosso. Seguivano i cavalieri, a due a due, ciascuno seguito dai suoi scudieri, essi vestivano la ricca divisa dell'Accademia; corazza e gorgiera di acciaio brunito, maniche di maglia d'acciaio; sul petto grande stella d'oro, immagine della co­meta apparsa ai tre Magi; in capo feltro cinerino con piume bianche e rosse, fer­mate da un cordone d'oro annodato da una piccola stella di diamanti e rubini; lunghi stivali di cuoio color naturale alle gambe, sproni d'oro. Erano tutti armati, oltre alla spada, di zagaglia, pistole, schioppetto e pugnale. I quattro armigeri che accompagnavano i Cavalieri, vestiva­no coi colori della casa, in pieno assetto di guerra. Se non fosse stato pel lusso del­le bardature, per la nitidezza delle armi, e soprattutto pel colore festivo che ogni cosa prendeva intorno a loro, si sarebbe detto che quello era un reggimento che andava alla guerra.

Cassandra Abate guardava con uno stupore pieno di ammirazione e di gioia; non aveva mai veduto nulla di più ma­gnifico. Riconobbe Antonello, che, giun­to sotto il palazzo, levò il capo in alto, ma non ne scorse il pallore, né la commozio­ne; gli sorrise come per fargli sapere che lo aveva riconosciuto, e tosto guardò fra i cavalieri. A un tratto si sentì prendere da una piacevole commozione: riconosceva Ga­leazzo. Galeazzo, in quell'armatura, con quella zagaglia in pugno, rassomigliava appunto a S. Giorgio; se invece del feltro, avesse avuto in capo l'elmo, ella avrebbe creduto che il santo ed eroico cavaliere, staccandosi dal quadro, si fosse mescola­to a quel corteo. Anche Galeazzo alzò gli occhi sul palazzo, ma non come un curioso che cerchi un volto noto e amico; sibbene con un'aria di corruccio, con una espres­sione di odio, che lo fece apparire terribi­le agli occhi della fanciulla. Ah perché non c'era donna Laura? Dietro i cavalieri venivano i trom­betti e i pifferi del Senato, i donzelli, il banditore, il maestro di cerimonia e poi i senatori a due a due, a cavallo, avvolti nell'ampia toga di seta rossa, dalle gran­di maniche; e dopo di essi i magistrati della città, gli uffiziali, le guardie... Gli ar­tiglieri reali non c'erano.