Luigi Natoli: Fioravante e Rizzeri

Pagine 302 - brossura.

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Non è un romanzo ricostruito ed edito postumo così come si è sempre creduto. È stato pubblicato a puntate in appendice al Giornale di Sicilia dal mese di dicembre 1936.

L’odierna ristampa raccoglie tutte queste puntate in un’opera organica che non esitiamo a definire capolavoro per stile letterario e grandezza di pensiero e presenta notevoli differenze con quella conosciuta dichiarata postuma e pubblicata dalla Casa Editrice “La Madonnina”. Differenze tutte a favore di Luigi Natoli scrittore vivo, allora come adesso, ed oggi ancora più grande di prima.

 

Siamo tutti pupi, dirà Pirandello, contemporaneo del Natoli, nel suo Berretto a sonagli, ed ogni pupo vuole difendere la sua onorabilità, la sua immagine; e don Calcedonio nella vita è pupo come tutti gli altri e vuole mantenere una rispettabilità nel sociale. Le trame antiche del suo teatro gli suggeriscono l’azione, la voce forte, il farsi giustizia con un bastone; e più di una volta il puparo si comporta come uno dei suoi pupi in scena. Ma questo romanzo-tragedia di Natoli va oltre la maschera sociale ed umana; è il conflitto esistenziale del padre, del grande puparo, dello stesso Creatore.   Il puparo si aspetta che i pupi si muovano secondo il movimento che ha impresso con la mano, secondo le finalità della commedia che si deve rappresentare. Don Calcedonio si danna perché nella realtà ogni pupo ha la sua vita propria e lui non riesce, con tutta la sua buona volontà, a dare un indirizzo, un consiglio neanche alla sua unica ed amata figlia.

Ogni scrittore in qualche modo è un puparo, costruisce ed ama le scene e i suoi personaggi; il grande puparo Luigi Natoli con “Fioravante e Rizzeri”   ha costruito un romanzo difficile, originale e di notevole grandezza.

dalla prefazione di Francesco Zaffuto

Fioravante e Rizzeri

Quarta di copertina Fioravante e Rizzeri

Quarta di copertina Fioravante e Rizzeri

La splendida Lillì vista da Niccolò Pizzorno

Fioravante e Rizzeri: parla l'autore

Fioravante e Rizzeri: parla l'autore

(Articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia il 16 dicembre 1936)

Quanti hanno letto il magnifico libro dei “Reali di Francia”?

Il trovarlo sui muriccioli, stampato Dio sa come, o nelle case dei contadini e degli umili, che se ne fanno assidua lettura, disdegna le anime gentili di comprarlo o di guardarlo. Né si trova dai librai. Essi vi hanno bensì l’ultima “creazione” moderna, che è morta prima di nascere, ma che rechi la cantafera di una qualche signora, piuttosto un libro che ha novecento anni addosso, quanti ne ha la “Divina Commedia”.

Perché i “Reali di Francia”, nella veste che lor diede Andrea da Barberino, rimontano al trecento, e sono citati fra i testi classici, e costituiscono per noi la nazionalizzazione della materia epica francese, che sarebbe per il nostro cantafavole italiano.

Che narrano i “Reali di Francia” infatti?

Narrano la storia come da Costantino imperatore romano derivasse per naturale discendenza tutti i principi illustri che governarono la Francia da quell’epoca fino a Carlo Magno, e con loro i valorosi che li accompagnarono e che ne furono il più bello ornamento. Orlando, che è il maggiore eroe, e diventò l’immagine del valore, della cortesia e della fede, che riassume il sentimento nazionale francese, nasce per i “Reali” in Italia, e in una grotta in Sutri, dove lo partorì Berta moglie di Milone conte di Anglante, e sorella di Carlo Magno, fuggendo l’ira di costui. Così egli è italiano non soltanto per discendenza, ma anche per nascita; italiano e cittadino romano. E l’orifiamma, la gloriosa insegna che si trasmette da re a re, e che evidentemente è il vessillo, in cui Costantino fece scrivere le famose parole “In hoc signo vinces”, e che forma il centro della storia, è pur esso italiano.

Fioravante e Rizzeri sono come Buovo d’Antona e come Orlando una parte dei “Reali”, e, come quelli, la più popolare. Non è il caso di investigare se Andrea da Barberino abbia attinto ad altri poemi, di cui era ricca la Marca Trivigiana e di cui si servivano i cantafavole nelle piazze; chi ha la pazienza di leggere lo studio che precede il “Fioravante”, nella Collezione dei testi di lingua, e gli studi sulla Epopea francese e sull’ “Orlando” di Pietro Raina, e i maggiori scrittori della storia letteraria d’Italia, può farlo; per noi il romanzo di Andrea da Barberino è tutto; noi non facciamo dell’erudizione; prendiamo quello che con tanta grazia e ingenuità narra lo scrittore toscano; e se di una cosa ci maravigliamo, è appunto che esso non sia letto oggi più dei romanzi gialli.

Io lo lessi giovanotto e ricordo che non potevo, se non difficilmente tralasciare la lettura; lo rilessi ora, e provai il medesimo diletto al racconto delle avventure subite e affrontate da Fioravante e da Rizzeri suo compagno e maestro, primo paladino di Francia e uomo senza macchia e senza paura. Comincia Fioravante con una monelleria, che lo spinge a lasciare il tetto paterno del re Fiorello; e di là si partono le sue avventure. Liberazione di giovanette, uccisione di nemici della fede, perdita di armatura rubatagli da un ladrone, prigioniero del re di Scondia, innamoramento con Drusolina, il suo valore come incognito e via via quello che gli succede da re, le persecuzioni di sua madre Biancadoro, che voleva dargli moglie, le avventure di Drusolina, che sola abbandonata, dà alla luce due gemelli, uno dei quali le viene rubato, e il duello dei due fratelli che non si conoscono, tutto ciò frammezzato di tanti episodi forma il romanzo, che spira un senso di giustizia e solleva gli animi nelle regioni del sogno. I nomi delle contrade non si sa dove trovarli, le distanze di parecchie migliaia di chilometri si percorrono in un tempo irrisorio, gli eserciti sono così innumerevoli da superare il numero degli abitanti delle città che li armano... Che importa? Siamo nelle sfere del sogno, nel quale ci piace navigare.

Qualche volta, passando per una stradetta, sopra una porta, vedo pendere un cartellone con dipinti in quadri alcuni episodi di quello che si rappresentava la sera nel teatro delle marionette; e vi leggevo i nomi di Fioravante e di Rizzeri. La storia di Andrea da Barberino si era rifugiata lì: Fioravante e Rizzeri erano tramutati in teste di legno, come tutti gli altri campioni del valore e della fede; ma anche in quelle vesti che destano in noi un sapore di cose nuove. In un quadro v’erano due guerrieri, che abbassavano le armi e un leone fra loro in atto di separarli; in un altro, una folla di popolo e una regina condotta al rogo: i cavalieri erano vestiti con le armature del cinquecento, con un salto di mille e duecento anni. Non importa nulla. Pel popolo abituato a quel teatro e pel puparo, ossia per l’ “oprante” tutte queste differenze sparivano nell’antico, in cui tutto accadeva senza distinzione di tempo, di luoghi, di costumi: ma l’onda di poesia che scaturiva anche da quelle piccole teste di legno era possente e riecheggiava nelle anime semplici degli spettatori.

Ora anche adesso questo giornale si ispira alle avventure di Fioravante, e lo riproduce attraverso un “oprante”; e intreccia l’antico con il moderno; e le avventure di Lillì fanno contrasto con quelle di Drusolina, e quell’onesto puparo sembra foggiato con l’anima dei suoi pupi. C’è riuscito? È quello che vedrà il lettore. Ma se non è immodestia dirlo, coloro che mi hanno seguito attraverso i diciotto o venti romanzi, da me pubblicati su questo giornale, sanno per prova che un certo interesse so trovarlo.

 Maurus o Willam Galt

 

Foto di proprietà dell'editore. L'uso non autorizzato sarà perseguito a norma di Legge.

Foto di proprietà dell'editore. L'uso non autorizzato sarà perseguito a norma di Legge.

Fioravante e Rizzeri: prefazione di Francesco Zaffuto

Fioravante e Rizzeri: prefazione di Francesco Zaffuto

La narrazione di “Fioravante e Rizzeri” evolve con un carattere binario: da una parte l’aggrovigliata sceneggiatura roboante dell’opera dei pupi e dall’altra una vicenda di vita familiare.

Il puparo, don Calcedonio, sta mettendo in scena una delle storie cavalleresche per i Pupi* e costruisce pazientemente le scene. Nel suo procedere, la vicenda dei pupi diventa sempre più fantastica mentre la sua vicenda umana si immiserisce sempre di più.

Natoli in quest’opera sta nel solco di Cervantes e di Calderon De La Barca; anche il suo protagonista vive in un sogno; ma in questo sogno non è il personaggio principale, come lo fu Don Chisciotte, e neanche uno dei tanti personaggi; don Calcedonio è il puparo, colui che muove i sogni, costruisce la scena, lustra amorevolmente i suoi pupi prima di ogni rappresentazione, dà loro la voce e li manovra. Non è avvolto nel sogno come Don Chisciotte, è consapevole che tra la vita e il suo sogno c’è una distanza, sono due piani distinti, eppure vuole che qualcuno di quegli ideali cavallereschi si possa trasferire nella vita, almeno un minimo di onore e di onestà.

Siamo tutti pupi, dirà Pirandello, contemporaneo del Natoli, nel suo Berretto a sonagli, ed ogni pupo vuole difendere la sua onorabilità, la sua immagine; e don Calcedonio nella vita è pupo come tutti gli altri e vuole mantenere una rispettabilità nel sociale. Le trame antiche del suo teatro gli suggeriscono l’azione, la voce forte, il farsi giustizia con un bastone; e più di una volta il puparo si comporta come uno dei suoi pupi in scena. Ma questo romanzo-tragedia di Natoli va oltre la maschera sociale ed umana; è il conflitto esistenziale del padre, del grande puparo, dello stesso Creatore. Il puparo si aspetta che i pupi si muovano secondo il movimento che ha impresso con la mano, secondo le finalità della commedia che si deve rappresentare. Don Calcedonio si danna perché nella realtà ogni pupo ha la sua vita propria e lui non riesce, con tutta la sua buona volontà, a dare un indirizzo, un consiglio neanche alla sua unica ed amata figlia.

Don Chisciotte muore quando il sogno scompare, il puparo Calcedonio alla fine riesce a conciliare la vita e il sogno: lascia ogni attaccamento, anche quello che aveva per il pubblico e per le pareti decorate del suo teatro, ama i pupi di carne e di latta per quello che sono, risolve con la pietà il suo problema di deità.

Ogni scrittore in qualche modo è un puparo, costruisce ed ama le scene e i suoi personaggi; il grande puparo Luigi Natoli con “Fioravante e Rizzeri” ha costruito un romanzo difficile, originale e di notevole grandezza.

Francesco Zaffuto

 

*la storia cavalleresca che prepara il Puparo è ben riconoscibile in quella del Secondo Libro de I Reali di Francia nella versione di Andrea Jacopo da Barberino (1370 – 1432). Alcuni nomi nella versione di Natoli sono leggermente diversi dalla versione dell’antico autore toscano, il Rizieri diventa   Rizzeri e anche altri nomi appaiono leggermente storpiati. Anche per lo stesso titolo dell’opera, nei manoscritti originali dell’autore, compare Rizzeri. Forse Natoli ha voluto mettere in risalto quella particolare sicilianità operata dai pupari nel loro dare voce ai Pupi.

Foto di proprietà dell'editore. L'uso non autorizzato sarà perseguito a norma di Legge.

Prima puntata del romanzo di appendice "Fioravante e Rizzeri" pubblicato sul Giornale di Sicilia dal 31 Dicembre 1936

 

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