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Amare Luigi Natoli, scrittore e storiografo, è la cosa più naturale che si possa provare leggendo i suoi romanzi, perché qualsiasi personaggio, nato dalla sua fantasia, si muove sempre in un ambiente storiografico preciso, ricostruito alla perfezione su tutto, con ricchezza di particolari, di nomi, di toponomastica, di versi, di costumi, dove anche un semplice dettaglio ha una precisa collocazione.Ricostruzioni oggi, incredibili e impensabili per un’epoca priva di internet, dove ancora si scriveva con la penna d’oca e il calamaio.

Tutti i personaggi creati da Luigi Natoli, hanno la particolarità di fissarsi per sempre nella memoria del lettore e di farsi amare, pertanto da oggi insieme ai già noti Mastro Bertuchello, Blasco da Castiglione, Ferrazzano e altri, sarà ugualmente impossibile dimenticare e non amare il giudice Paolo Cantelli, protagonista di Chi l’uccise? Un uomo devastato da un caso di coscienza che, seppur combattuto dalla tentazione di ricorrere alla giustizia privata, mascherata da apparente legalità, resta pur sempre e solo un uomo non disposto a farsi schiacciare dal potere di una giustizia borbonica privatistica e disumana divenendo così portatore di sentimenti nobili e di grande rettitudine morale.

Il giudice Cantelli vive e opera a Palermo sotto il giogo dell’oppressore bornonico, all’interno dei moti “liberaleschi” e popolari del 1847/48 che da lì a poco porteranno il 27 maggio del 1860 Garibaldi a liberare la città in ginocchio da secoli di tirannia.

All’interno del romanzo è presente anche il contesto storico teatro della narrazione fedelmente trascritto da Storia di Sicilia dalla preistoria al fascismo di Luigi Natoli - Ciuni Editore (1935).

Copertina di Niccolò Pizzorno.

 

Chi l'uccise? - Un omicidio dà inizio al romanzo...

Chi l'uccise? - Un omicidio dà inizio al romanzo...

Erano sonate allora allora due ore e mezza alla torre di San Nicolò e non c’era un’anima per la via, né un uscio aperto: solitudine e, squallore dappertutto, e nella spazzatura il rufolare e il ringhiare dei cani randagi. La piazza del Carmine, quella di Ballarò, la via dell’Albergheria e quella del Bosco, nel punto dove s’incontrano, prendevano luce da un solo fanale a olio di dubbio rossore, non offrendo la lampadina sospesa in alto sulla porta della Chiesa del Carmine innanzi alla Madonna, che un piccolo occhio rossiccio perduto nell’ombra.

In tanta solitudine s’udì a un tratto risonare il passo d’un uomo e il battere regolare di un bastone, che venivano dalla via Bosco. Quando fu giunto sotto il fanale, si vide colui che camminava. Era un uomo intabarrato e col collo sepolto in una sciarpa. Si fermò un istante, guardò una casa nella via del Bosco, crollò il capo, e borbottò qualche cosa fra sé, e proseguì verso l’Albergheria, ma non aveva percorso pochi passi, che si udì richiamare con voce rapida e concitata:
- Girolamo!
Egli si voltò, ma repentinamente un colpo di pistola tirato quasi a bruciapelo lo mandò per terra senza poter dire Gesù. Il colpo risonò nel silenzio notturno come una cannonata, e si propagò per tutta la contrada; ma nessuno uscì, non si socchiuse nessun balcone; pareva una città abbandonata, deserta. Il cadavere giaceva supino con le braccia spalancate, e un filo di sangue che s’andava allargando gli colava dal petto. Passò qualche minuto; un altro uomo, anche lui intabarrato, si avvicinò al caduto, e, chinatosi, lo spiò in viso e scoperse la ferita...
Illustrazioni interne di Niccolò Pizzorno.

Chi l'uccise? - Un giallo del 1848

Chi l'uccise? - Un giallo del 1848

L'unica eccezione al nostro piano editoriale, che consiste nella ripubblicazione di tutti i romanzi di Luigi Natoli è solo per Chi l'uccise? dove non siamo riusciti a risalire alle fonti originali; pertanto siamo costretti a pubblicare il testo de "La Madonnina", ma è un romanzo breve e troppo bello per essere trascurato e vi riconosciamo presente lo stile del Natoli.

E' impossibile non amare il giudice Paolo Cantelli, protagonista del romanzo, non disposto a farsi schiacciare dal potere di una giustizia borbonica divenendo così portatore di sentimenti nobili e di grande rettitudin morale. Anche Paolo Cantelli vive e opera a Palermo, sotto il giogo dell'oppressore, all'interno dei moti liberaleschi e popolari del 1847 che di lì a poco porteranno alla rivoluzione del 12 gennaio 1848 e in appresso Garibaldi a liberare la città in ginocchio da secoli di tirannia, il 27 maggio 1860.

Chi l'uccise? - Una tortura nelle carceri borboniche.

Chi l'uccise? - Una tortura nelle carceri borboniche.

I due manigoldi lo afferrarono pei polsi, lo buttarono sopra un cavalletto, lo legarono solidamente con corde, che attaccarono una di qua, una di là a due anelli infissi alle pareti, in modo che egli stava con le braccia aperte, come se fosse in croce. Gli imprigionarono le gambe con altre corde a un terzo anello.

Corrado guardava con un oscuro sgomento in cuore, non sapendo a che fine approdassero. Era certo che non lo bastonavano, perché nella sua situazione non si aspettava questa specie di tortura. S’aspettava un supplizio diverso, ma ignorava quale, non vedendo alcuna sorta di strumenti. Guardava, aspettava e tremava. Uno dei manigoldi prese un bicchiere, lo capovolse sull’ombelico nudo di Corrado, e tolto da un piccolo cartoccio uno scarafaggio, lo cacciò sotto il bicchiere. L’insetto cercò di fuggire, ma incontrò l’ostacolo del vetro; si aggirò, e sempre toccò il bicchiere che la guardia teneva fermo. Cominciò una corsa su se stesso dentro il breve spazio che lo conteneva.

Corrado da prima aveva sorriso di quella strana tortura, e al sentire solleticarsi l’ombelico, cominciò a ridere, a scotersi, a dimenarsi. A mano a mano però che l’insetto più annaspava con le zampe, il suo riso diventava amaro, e convulso. Il Commissario lo interrogò:

- Perché avete ucciso il Lo Giglio?

- Non sono stato io – disse Corrado tra le convulsioni che lo sconvolgevano.

Lo scarafaggio era invaso dalla follia; girava e girava sulla nuda carne, tormentato e tormentante. Corrado aveva il volto infiammato, i suoi muscoli balzavano, si ritraevano, si gonfiavano per lo spasimo; il suo riso si era mutato in una smorfia angosciosa, i suoi occhi rossi, infocati, lagrimanti, parevano che schizzassero fuori dall’orbita. Egli non aveva più senso di vivere. Urlava.

Il Commissario diceva con crescente rabbia:

- Figlio di cane, perché hai ucciso il Lo Giglio?

Ma Corrado non poteva dire nulla; faceva con la testa dei segni spasmodici, che il Commissario traduceva a suo modo. Sospese la seduta.

- Domani parlerà; la lezione gli ha giovato. Conducetelo in cella e che non parli con nessuno.

Corrado fu accompagnato per le ascelle.

Egli non poteva camminare; sentiva ancora le zampette dello scarafaggio nelle carni nude, si contorceva, e si voleva buttare per terra. Lo abbandonarono lì, nella celletta, come un fagotto.

Luigi Natoli - Chi l'uccise?

Illustrazioni di Niccolò Pizzorno.