Cagliostro e le sue avventure: Introduzione. Scarica pdf gratuito

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Cagliostro nell'immaginario collettivo ha sempre avuto un posto di tutto rispetto. Lo crediamo potente, ricco, furbo, nobile, alchimista, viaggiatore, taumaturgo, medico e anche martire data la sua fine disgraziata in un orribile carcere, e in massima parte è vero, ma è pur vero che Coepis et Magnas (Piglia e mangia) fu il motto della sua giovinezza di furfante ed Ego sum qui sum, quello della sua maturità massonica di gran Cofto e fondatore della loggia: "Io volli aprire nei primi dell’anno 1782 una loggia egiziana, in tutta la pompa dei simboli, per guadagnare al mio rito tutti i Liberi Muratori di Strasburgo... Quando la sala fu piena... io mi vestii delle insegne che avevo immaginato e fatto eseguire. Tunica di seta nera ornata di geroglifici rossi; cuffia egiziana, con le bande pieghettate di tela d’oro, fermata su la fronte da un cerchio d’oro tempestato di gemme. Un cordone verde smeraldo, seminato di scarabei e di caratteri dipinti di metallo cesellato, scendeva sul petto. Dalla cintura di seta rossa pendeva una larga spada da cavaliere, con l’elsa a forma di croce. Sotto queste vesti avevo un aspetto venerabile e imponente, e il mio sguardo appariva così terribilmente maestoso, che al mio ingresso corse per tutte le vene un fremito, e si fece un silenzio profondo e religioso. Questo apparato potrebbe sembrarvi in contraddizione coi miei principi di rigenerazione fisica e morale; ma io so per esperienza che niente agisce con così pronta efficacia e con tanta persuasione sulle anime, quanto uno spettacolo straordinario ed illusivo... Io vidi che gli spiriti di disponevano già allo straordinario".
Questa pubblicazione di Cagliostro e le sue avventure di Luigi Natoli è la fedele copiatura di quella apparsa nel 1914 in appendice al Giornale di Sicilia. L'edizione, profondamente diversa da tutte le altre, è da ritenersi l'unica originale perché curata dallo scrittore in persona nelle pagine del quotidiano. Tutte le altre sono state pubblicate postume e hanno notevoli differenze, basterà semplicemente confrontare l'indice dell'opera per rendersi conto delle diversità.

Dottrina di Cagliostro

Dottrina di Cagliostro

“La mia dottrina, che è la vera, ha uno scopo: la rigenerazione dell’uomo; mira ad aumentare la potenza e la dignità della sua anima; a insegnar loro, che per quanto grandi siano le cose maravigliose che egli può vedere, siano anche i sette angeli che stanno al cospetto di Dio, egli non deve adorarli, ma considerarli per uguali; che nel mondo degli spiriti o egli non deve penetrare, o se vi penetra, deve parlare da maestro e dominatore non già implorante o avvilirsi; poiché egli è stato creato a immagine di Dio, che gli ha dato il diritto di comandare e dominare la natura. Per giungere a questo non sono necessarie le vostre cerimonie; le vostre formule magiche; ma un cuor puro, un animo forte, amare, far del bene e aspettare!”

 

Il conte di Cagliostro è un uomo di trentacinque o trentasei anni, piuttosto piccolo, robusto, col collo taurino; bruno di carnagione, con occhi neri, vivaci, penetranti, irresistibili; quando è calmo ha una espressione nobilissima; qualcosa di austero e di grave; ma quando parla muta aspetto: ora sembra un poeta o un profeta agitato dall’estro; e tutto il suo volto mobilissimo, e i suoi occhi, e le sue nari frementi e l’arco della bocca si illuminano di uno splendore che fa quasi cadere in ginocchio chi lo mira; ora, invece, ha una espressione di sfrontatezza e d’impudenza che fa paura.

No; non mi è simpatico: io provo per lui una avversione istintiva; il suo sguardo mi fa soffrire; mi pare che egli cerchi di penetrare nell’intimo del mio spirito, e che voglia, quasi, sconvolgere la mia vita...

Cagliostro medico

Cagliostro medico

Le malattie son dentro; s’annidano nelle viscere, nel sangue, nei nervi, in tutto quello che è celato ai nostri occhi, e di cui non possiamo avere la visione precisa. Ma l’anima di chi è ammalato vede e sa dove il corpo è ammalato e di che; bisogna dunque, più che l’invisibile del corpo, leggere nell’anima, domandare all’anima la sede delle sofferenze, ricercare nel suo muto linguaggio la rivelazione di ciò che è celato ai nostri sensi limitati.

Questo io facevo. Mi bastava guardare fisso negli occhi l’ammalato perché una luce si facesse nella mia mente, e io vedessi il suo male, e acquistassi la sicurezza di vincerlo. Questa sicurezza passava dal mio spirito in quello dell’ammalato: egli se ne andava con la medicina da me somministrata, pienamente certo di guarire.

Ho detto che io somministravo le medicine; di fatto io non davo le ricette scritte; poiché queste costituivano già un segreto, non era conveniente né utile metterle in mano di uno speziale, che avrebbe potuto servirsene per fabbricare specifici a suo benefizio: i quali, oltre al danno materiale, me ne avrebbero recato uno morale molto maggiore, giacchè somministrati a caso, senza conoscer veramente la natura del male, cui io adottavo la medicina, avrebbero con l’insuccesso e anche, forse, con la morte, messo in discredito i miei rimedi e me. Io mi provvedevo delle erbe, degli estratti, delle polveri, di tutto ciò che era necessario; fabbrica­vo da me, coi processi alchimici l’olio di zucchero; componevo le me­dicine, in forma di beveraggi o di pillole, la cui formula, per ciò, rimaneva un mio segreto.

Il che per altro ne aumentava il valore. Se la gente avesse saputo che, per esempio, in quelle pillole mira­colose c’entrava della polvere di radici di cicoria, di indivia, di calcitropia,  o anice o aloe, o altre cose così semplici e di niun costo, avrebbe perduto la fede nella mia medicina, e l’avrebbe disprezzata. Il mistero del segreto invece le dava maggior credito e mi permetteva di farla pagare ai ricchi un prezzo veramente favoloso. I ricchi pagavano pei veramente poveri, ai quali som­ministravo gratuitamente i medicinali.

A nessuno domandavo un compen­so per le mie visite. Naturalmente i veri poveri rimuneravano la mia gene­rosità con benedizioni sincere; i bor­ghesi, per la natural albagia spagnola, non volendo parere ingrati o pitocchi, mi ricambiavano con regali  di polli, salsicce, formaggi, vini, stoffe, sicchè non spendevo più nulla per il mio vitto quotidiano; i ricchi, i signori, si di­sobbligavano magnificamente con regali di gioielli e di argenteria.

Nella preparazione dei medicinali non mi facevo aiutare da nessuno, sal­vo che un po’ da Lorenza. Io li preparavo di notte.

Io non avevo bisogno di interrogare gli ammalati per capire qual fosse la loro malattia; se rivolgevo qualche domanda era per seguir l’usanza dei medici, e per dare una soddisfazione agli ammalati stessi: ma in verità mi bastava guardarli fissi, perché la natura delle loro sofferenze mi si rivelava come in un libro. Era una specie di divinazione, che stupiva anche me stesso. Così non sentivo il bisogno di ricorrere a medicine: invocavo l’ispirazione del cielo, imponevo le mani sul capo dell’ammalato, gli dicevo:

- Va tu sei guarito.

Come avvenisse non so; il fatto è che se ne andavano veramente guariti. Ciò aveva del miracoloso; il popolo diceva che io ero un santo o un mago. Ma un mago non invoca Dio, e non compie opere di carità. Io oltre a guarire i poveri, davo loro dei soccorsi di danaro; dunque ero un santo!...

Voi non potete immaginare la folla che assediava la mia casa; empiva l’ingresso, la corte, il vestibolo, il salone. Centinaia di sventurati privi d’ogni soccorso. Io li ascoltavo a uno a uno, senza perdere una parola; entravo nel laboratorio per un istante e ne ritornavo con una quantità di medicine, che dispensavo, dando a ciascuno la sua e ripetendogli quel che egli aveva riferito del suo male. La mia memoria era veramente prodigiosa.

Donde e come nascesse non so, ma ero animato da uno spirito di carità straordinario. A una povera donna, venuta a implorare il mio soccorso, perché aveva il marito in prigione per debiti, diedi il denaro per liberarlo. Questo e altri fatti simili e la mia generosità verso gli ammalati poveri, rialzarono la mia figura e davano un prestigio d’evangelo alle mie parole; cosicchè il mio apostolato per diffondere la massoneria egiziana, ed essere riconosciuto come il Gran Cofto, trovava un terreno favorevole.

Luigi Natoli