Luigi Natoli: I mille e un duelli del bel Torralba

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I mille e un duelli del bel Torralba – Pag. 460 – Tranne qualche rara eccezione tutti i romanzi di Luigi Natoli furono pubblicati in appendice al Giornale di Sicilia con lo pseudonimo di William Galt. Alcuni di questi ebbero la fortuna di essere stampati in libro grazie all’interessamento di qualche casa editrice, mentre altri rimasero nelle ingiallite pagine dei Giornali abbandonati a un ingrato oblìo. A partire dal 2014 la nostra casa editrice, dopo un complesso lavoro di ricerca e ricostruzione ha pubblicato questi romanzi dimenticati e finalmente capolavori come Alla guerra! – Squarcialupo – Gli ultimi saraceni sono stati restituiti al pubblico, alcuni anche a distanza di cent’anni. I mille e un duelli del bel Torralba è l’ultima di queste opere strappata da noi all’abbandono, ed oggi a novant’anni esatti dalla sua apparizione sul Giornale di Sicilia rivive per la prima volta in un libro, incontrando nuovi lettori, come se si trattasse di un inedito. Un inedito di lusso.

 

Fabrizio è il secondogenito della nobile famiglia dei Torralba. In base alle leggi del tempo, titoli e ricchezze sono tutti del primo figlio maschio. A lui e al fratello minore spetta solo il cavalierato e un misero assegno mensile, troppo poco per chi ha lo smisurato bisogno di affermarsi nella società che conta. Troppo poco per chi ha un temperamento irrequieto e ribelle; per chi ama l’avventura, le donne, la bella vita e per Fabrizio di Torralba tutto questo è sempre poco e tutto converge nella punta della sua lama. Strana vita la sua, che l’obbligava a stare sempre con una spada in pugno. Ma Fabrizio è anche portatore dei nobili valori dell’animo, e accorre di continuo in difesa degli oppressi e indifesi. Tutela il suo onore e quello di chi gli sta accanto, meglio se è di una bella dama.

In questo romanzo del grande narratore siciliano, Fabrizio di Torralba non è l’unico protagonista e divide le scene con la ricchissima Palermo borbonica del primi dell’800, fedele al re e al contempo incubatrice di idee giacobine, sotto l’influenza inglese e la rassegnazione di un popolo affamato.

Copertina di Niccolò Pizzorno.

Prezzo di copertina € 24,00 – Sconto 15% - Spedizione gratuita.

 

I mille e un duelli del bel Torralba

Il protagonista: Fabrizio di Torralba

Il protagonista: Fabrizio di Torralba

Fabrizio non aveva ancora venti anni; ma pareva ne avesse ventiquattro; alto, ben tagliato, forte, il volto quadrato, il naso leggermente aquilino; gli occhi vivaci e intelligenti; un insieme gradevole, una espressione di franchezza, un po’ sbarazzina; egli riusciva subito simpatico a tutti.

Rodrigo aveva tra anni meno di lui, e gli rassomigliava; però con una espressione meno ardita. Tutti e due vestivano con eleganza; il che, dato il regime paterno, poteva parere miracoloso. Perché il conte di Torralba era rigido, duro e autoritario nel governo della casa, come lo era nell’aspetto, con quel viso arcigno che pareva avesse bandito il sorriso dalle labbra sottili e strette.

Pieno di un esagerato concetto della sua autorità esercitava sulla famiglia un potere più che assoluto, dispotico: al quale aveva assoggettato anche la moglie, che era tutto l’opposto di lui; grassoccia, molle, sorridente, carezzevole, che si sarebbe forse abbandonata alla sua indole affettuosa ed espansiva, se non glielo avesse impedito la soggezione che le metteva il marito. Dal loro matrimonio erano nati cinque figli: don Francesco, che era il primogenito, due femine che erano nel monastero della Pietà, Fabrizio e Rodrigo; ma per il conte non esisteva che un figlio solo: il primogenito, al quale dava un forte assegno mensile, e inoltre appartamentino proprio, servitori, carrozze, piena libertà di rientrare in casa la notte, quando gli piaceva; di far debiti, che il conte pagava. Per lui soltanto la bocca del conte trovava sorrisi e parole affettuose; non già per vero sentimento di tenerezza, ma perché don Francesco era il rappresentante della futura discendenza dei Torralba; era il futuro conte; il ramo privilegiato dell’albero genealogico. Ai cadetti invece non assegnava che una sommerella irrisoria, che non sarebbe bastata neppure per le calze; sulla quale essi dovevano vestirsi decorosamente, pagare il cappellaio, il calzolaio, fornirsi di biancheria e di pizzi, pagare il barbiere, far regali e dar mance: ragione per la quale nelle loro tasche i ragni avrebbero potuto filare le loro reti. Essi dovevano perciò industriarsi, per non sfigurare nella società aristocratica nella quale dovevano – per onore del casato – vivere. E facevano debiti col sarto, col calzolaio, con tutti. E li pagavano quando potevano; né i creditori protestavano. Oltre alla fiducia che avevano nei signori, ritenevano quasi dover loro far figurare i giovani cadetti delle nobili case; e pareva loro un disonorarsi rifiutandosi di vestirli con quella proprietà che conveniva alla condizione di essi. Del resto si rifacevano un po’ sui primogeniti e sui padri.

I duelli di Fabrizio di Torralba

I duelli di Fabrizio di Torralba

Strana vita la sua, che l’obbligava a stare con una spada in pugno. E tuttavia egli riconosceva che non era un attaccabrighe: vivace sì, e insofferente di prepotenze e ingiustizie; e se si batteva gli era appunto per questo. Facendo l’esame della sua vita si trovava già con una ventina di duelli sulla coscienza. Gli ultimi sostenuti a Parigi non avrebbero potuto essere più buffi, salvo uno, con quel capitano Verger che aveva creduto di offrirsi come un successore di Montlimar e aveva suscitato lo sdegno di Rosalia. Fabrizio aveva trovato ingiuriose quelle proposte, il capitano gli aveva detto che non aveva bisogno di lezioni; Fabrizio aveva rimbeccato, ne era corsa una sfida, si erano battuti, il capitano aveva ricevuto un colpo alla testa che lo aveva tenuto per un mese a letto: Fabrizio un colpo al braccio e se l’era cavata in quindici giorni. Ma gli altri duelli? Li passava in rassegna. Una volta si era battuto perché aveva riso al vedere un moscardino con un enorme colletto che gl’imprigionava il mento, e così largo che il capo gli si moveva dentro come la testa di una tartaruga nel guscio. Il moscardino si era fatto rosso come un gambero, lo aveva investito con un “che c’è da ridere imbecille?” al che egli aveva risposto: “rido perché ho trovato uno più imbecille di me”. Il moscardino aveva alzato il bastone a spirale. Fabrizio gli aveva buttato in faccia il vino di un bicchiere, sciupandogli la cravatta, la camicia e il panciotto di seta bianca. E naturalmente si erano battuti. Povero bellimbusto!... ci aveva rimessa un’orecchia, portata via da un colpo di sciabola. Un’altra volta, per un cane. Un signore batteva spietatamente un cane, che non voleva seguirlo perché aveva la testa a una graziosa cagnetta. Egli aveva fermato il braccio di quel signore, dicendogli: – “Oibò! Non è da animo gentile battere così le bestie!” – Quel signore gli si era voltato rabbiosamente: egli, col suo sorriso beffardo, si era scusato: – “non sapevo che foste idrofobo”. – Quello a sentirsi preso per cane lo aveva sfidato lì per lì. Si erano battuti; e Fabrizio lo aveva ferito nella mano, perché si ricordasse di non picchiare più le bestie a quel modo inumano. Un altro duello aveva avuto per difendere un commediante che non godeva le simpatie di una parte del pubblico della Comedie Francaise. Uno spettatore lo interrompeva durante la recita con sghignazzamenti e rifacendogli caricatamente il verso. Fabrizio gli aveva osservato puntamente che non c’era carità a tormentare quel pover’uomo, e quello a rispondergli che se non gli piaceva se ne andasse. Fabrizio aveva ribadito: – “Me ne andrò con voi, signore, per avere il piacere d’insegnarvi la buona creanza”. L’altro, fattosi più arrogante, s’era subito alzato per dare uno schiaffo, che era rimasto in aria perché Fabrizio, più lesto, gli aveva fermato la mano, ripiegandogli il braccio, e costringendolo a schiaffeggiarsi da sé. Erano stati separati, ma il domani si erano battuti: l’avversario, confuso dal giuoco rapido e insostenibile di Fabrizio, gli aveva voltato le spalle, e il ferro di questo lo aveva colpito in una natica. – È il solo posto dove vi si possa colpire!” – gli aveva detto Fabrizio, andandosene.

 

Il teatro Santa Cecilia

Il teatro Santa Cecilia

La sera del 12 gennaio, anniversario della nascita del re, v’era una rappresentazione di gala al teatro di Santa Cecilia: l’Alzira del maestro Nicolini. Si sapeva che il re vi interveniva: la nobiltà aveva accaparrato i palchi di prima e seconda fila, ben inteso che anche in questo si osservavano le prerogative della gerarchia: i semplici baroni non potevano avere lo stesso rango dei principi. I cavalieri erano relegati nella terza fila, coi proprietari, coi curiali, i “paglietti” e così di seguito. Anche le sedie della platea erano destinate gerarchicamente: le prime file erano pei nobili. Quanto alla piccola borghesia, ai piccoli mercanti o bottegai, agli artigiani, dovevano contentarsi del loggione, per non offendere di contatti plebei l’incontaminata purezza del gentil sangue patrizio. Lo spettacolo di solito cominciava a due ore di notte; e il teatro presentava a quell’ora una vista maravigliosa. Migliaia di candele accese nel gran lampadare che pendeva dal soffitto e nelle lumiere infisse sui pilastrini tra palco e palco, per tutti e cinque gli ordini diffondevano una luce viva e calda, che faceva brillare le dorature e i birilli di cristallo; sugli sfondi cremisi e ombrosi dei palchi i colori vivaci dei vestiti di seta si staccavano nettamente; le carnagioni parevano più candide, i visi più regolari, giovenili, di una bellezza vaporosa; e sotto le capigliature incipriate gli occhi splendevano, e le bocche si accendevano di un bel cinabro. Colli, semibraccia nude, quali fino all’omero, quali conservatrici della moda passata fino al gomito, trasparivano tra nubi di veli e di pizzi, o si offrivano nella loro bellezza provocante: intorno ai colli, sopra i seni, alle orecchie, sulle vesti, sui capelli, era uno scintillio di gemme; sul sommo delle pettinature tremolavano pennacchietti bianchi, ondeggiavano piume morbide che parevano piccoli strappi di nubi. Tutta la bella sala, che era stata ingrandita, e novamente decorata con maggior ricchezza da dodici anni, rifulgeva, come un tempio consacrato alla beltà. All’ingresso nella sala, e giro giro per la curva, sotto i palchi erano schierati i granatieri, in gran gala, coi fucili e le baionette inastate: altri erano nel vestibolo, e fuori dinanzi alla porta; altri nel corridoio del secondo ordine, di qua e di là della porta del palco reale: il più vasto, nel mezzo della curva, col padiglione azzurro e la corona regia.

Il teatro di S. Cecilia, così detto da una chiesetta dedicata alla santa, che ivi sorgeva, e che apparteneva all’Unione dei Musici, era stato eretto tra il 1692 e il 1693, dai Musici, col concorso della nobiltà e segnatamente del vicerè Uzeda: ed era stato inaugurato il 28 ottobre del 1693 con un’opera musicale l’Innocenza penitente. Insignito del titolo di regio, e fatto segno alle cure della città, nel 1787 era stato come si è detto ingrandito e abbellito. Aveva sessantasette palchi in quattro ordini, e trentadue file di banchi, divise da un corridoio. Il diametro maggiore della sala, era di circa sedici metri e mezzo, il minore era di dieci metri e mezzo. L’altezza della cupola era più di quindici metri. Il palcoscenico era, pei meccanismi di quel tempo, abbastanza capace: aveva infatti uno sfondo di più che venti metri; l’apertura o proscenio ne aveva quasi dieci. La forma della sala, a semicerchio, leggermente allungata verso il proscenio, l’arco armonico, o bocca d’opera, erano costruiti con tanta perfezione acustica da fare del Santa Cecilia uno dei migliori teatri del tempo, per le opere musicali. E tenne il primato in Palermo, finchè il Carolino (ribattezzato poi al 1860 col nome glorioso di Bellini) tra il 1830 e il 1870 lo oscurò e gli si sostituì come principale.

Ma il Santa Cecilia ebbe i suoi fasti; accoglieva i più celebri e le più celebri cantanti; e non aspettava che le opere dei maestri più famosi invecchiassero nei teatri del continente, per farle sentire sulle proprie scene: e qui per la prima volta nel 1784 fu data la commedia musicale del Cimarosa Giannina e Bernardone. Ora il teatro non esiste più; venuto in potere dell’Ospedale Civico non fu più adibito a spettacoli, fu venduto e tramutato in magazzino di ferrame; e le grossolanità dei facchini e il rumore dei ferri urtati rumoreggiano là dove trillavano i gorgheggi di Nina Gabrielli e di Marina Balducci e inebriarono gli animi le note del Paisiello, dello Zingaralli, del Cimarosa. Habent sua ata, anche i teatri!  

 

Il funerale di fra' Diavolo

Il funerale di fra' Diavolo

Fu negli ultimi di novembre 1806. Il 28 si assistette nella chiesa di San Giovanni dei Napoletani ai solenni funerali ordinati dal re in suffragio dell’anima di Michele Pezza, alias Fra Diavolo. Era l’ultimo degli antichi capi delle bande del cardinale Ruffo. In quell’anno, dopo la fuga del re, questi capi banditi avevano tentato di sollevare le popolazioni contro i francesi: ma Rodio era stato preso e condannato a morte; dopo non molto la stessa sorte era toccata al De Satis; due altri Sciabolone ed Ermenegildo Piccioli avevano meglio provveduto a sé stessi, cessando dalla lotta e gettandosi a parteggiare pei francesi. Era rimasto Fra Diavolo, che invano aveva cercato di tener testa alle colonne mobili. Braccato da ogni parte, ferito, s’era nascosto a Baronissi e sperava di imbarcarsi a Salerno, ma era stato riconosciuto, arrestato e l’11 novembre impiccato in Napoli. I suoi funerali in Palermo furono sontuosi. Officiava monsignor Garrano confessore del re e intervennero i signori napoletani, gli ufficiali delle truppe e della corte; e, nella piazza le truppe napoletane e inglesi schierate, che fecero delle piccole scariche a salve durante la consacrazione e la benedizione del tumulo. Pei napoletani quella morte che privava il re legittimo, di una delle sue colonne, fu un lutto; per la cittadinanza palermitana i funerali furono soltanto un oggetto di curiosità; nessuno parteggiò al lutto della corte; e al dolore dei napoletani qualche buon umore ci fece una pasquinata; molti riprovarono, in silenzio delle onoranze rese a un bandito.

 

 

Il baciamano della regina Maria Carolina

Il baciamano della regina Maria Carolina

(31 dicembre 1799). C’era una folla straordinaria nel grande salone dei ritratti; dame riccamente vestite, coi capelli incipriati, alti sulla testa in ingegnose e complicate pettinature, luccicanti di gioielli che scintillavano fra le trine, come stelle tra nubi vaporose, cavalieri in gran sussiego con uniformi ricamate in modo inverosimile, o con vestiti civili, non meno ricchi; i ministri del Sacro Consiglio, quelli del Patrimonio, i magistrati della Gran Corte, il Senato: toghe rosse, cappe lunghe e corte, grandi collari alla Spagnuola, parrucche a boccoli, o lisce, col codino legato da un nastro; qualche volto aveva la barbetta corta a mezza guancia, come la portava il re: i più erano interamente rasi. Si distinguevano le uniformi rosse degli ufficiali inglesi, e le cappe violacee dei prelati. Il gran maestro delle cerimonie introduceva via via, secondo l’ordine gerarchico, signori e dame.

La regina stava nel gran salone, che pochi anni dopo il re fece dal pittore Velasquez decorare con le imprese di Ercole: ella sedeva sul trono, sotto un padiglione azzurro sparso di fiordalisi d’oro, circondata dalle sue dame d’onore, che portavano a la spalla il nastro cremisi, fermato da uno spillo d’oro a foggia di giglio sormontato dalla corona; e dei gentiluomini di camera in uniforme. Accanto a lei sedeva la principessa ereditaria Maria Clementina; e più indietro le principesse reali Maria Amalia e Maria Cristina. Dietro le principesse si vedeva, dominatrice, nella consapevolezza della sua perfetta beltà lady Hamilton, e vicino a lei sir John Acton, divenuto primo ministro e arbitro del regno in grazia del favore di Maria Carolina. Era un po’ pallida e grave, tra per la morte del piccolo Alberto, che le era spirato fra le braccia durante la traversata del Vanguardia, tra per le notizie giunte allora da Napoli con altri profughi, che davano il regno come perduto. Porgeva la mano con gesto regale, e trovava da dire qualche parola a ciascuno, un complimento, o un consiglio, o una esortazione, qualche volta un po’ tagliente. Al padre provinciale dei teologi, per esempio, disse:

- Meno letteratura, padre, e più religione, perché è questa quella che manca.

Lady Hamilton a Palermo

Lady Hamilton a Palermo

La conversazione si trascinò ancora un poco su questo oggetto, poi scivolò sopra un altro terreno, e lady Hamilton ne fece le spese. La sua intimità con Lord Nelson e la cecità condiscendente del marito fornivano argomenti alla malignità delle conversazioni. La bellissima inglese era accolta e frequentata dalla società alta in grazia della sua amicizia con la regina, della quale ella era divenuta la confidente, la consigliera, e si diceva, la compagna di libertinaggio: ma in realtà nessuno dimenticava che essa era stata nella prima giovinezza quando si chiamava Emma Lyonna serva di osterie; che era stata da un medico ciarlatano mostrata nuda, come immagine di una divinità; che era stata modella di pittori; che infine amante di un nipote di sir Hamilton e madre di tre figli, si era fatta sposare dal vecchio zio, innamoratosi delle belle forme della giovane avventuriera, da appassionato archeologo ed esteta: ed era salita al grado di moglie dell’ambasciatore del regno della Gran Bretagna! La storia si mescolava con leggende ingiuriose, che si sussurravano sottovoce. Ora ella aveva aggiogato al suo carro il vincitore di Abukir; e tutti e tre, lei, il marito e l’amante convivevano sotto lo stesso tetto, nel palazzo del duca di Montalbo sulla strada del Molo.