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Siamo a Palermo. L’anno è il 1837. Il periodo è turbolento. I tentativi di cospirazione anti-borbonica sono complicati dall’insorgenza di una grande epidemia di colera che miete vittime in maniera spaventosa. L’ambientazione storica, il contesto politico e sociale, la tragedia dell’epidemia sono abilmente descritti da Natoli all’interno di questo romanzo appartenente alla letteratura del contagio insieme alle celeberrime opere de “I promessi sposi” di Manzoni e “La peste” di Camus.

 “Da un giorno all’altro l’orrore si centuplicava. I morti, dopo dieci giorni dai primi due casi, toccavano il centinaio; ma gli attaccati erano quattro volte di più. E chi non era attaccato fuggiva, abbandonando anche i parenti negli spasimi di un’agonia spaventevole".

“Ora a un balcone, ora a un uscio, si affacciava un volto spaurito e piangente: una mano faceva un gesto: - Venite! – e il carro si fermava; dei becchini insaccati, neri come spettri, sparivano nel vano delle porte; ne sboccavano con un cadavere livido, spaventevole, nudo e coperto malamente d’una camicia, uomo o donna; lo dondolavano due tre volte, lo gittavano sul carro, dove altri becchini lo acconciavano. Il carro s’era fermato sotto un balcone; due becchini affacciatisi col cadavere di un vecchio, datogli l’aire, lo buttavano giù nel carro come un fagotto. Quel povero corpo batté sulla spalletta, si ripiegò sconciamente, mostrando le sue nudità livide e flosce. Un becchino sul carro, celiando, lo rassettò: e allora dal balcone gli altri buttarono giù il cadavere di un bambino, e poi quello di una donna, che aveva una lunga e copiosa capigliatura nera. Questa fluttuò per l’aria, come per fare un ultimo saluto alla casa donde usciva per sempre; poi, come un pio velo funebre, si diffuse castamente sugli altri morti. I morti erano pietosamente coperti da una coltre di tela cerata, ma qualche braccio penzolava fuori, e accompagnava il passo dei cavalli con un dondolio ritmico, che pareva un saluto ai vivi”.

Ne “I morti tornano”, Natoli lascia parlare da sole le miserie dell’uomo legate al dolore, alla fedeltà, all’onore, all’ira e tutte le altre pulsioni umane che, imbrigliate nelle maglie di una rete di un ineluttabile destino imposto dalle convenzioni, degenerano nella distruzione e nella pochezza dell’animo umano, non più libero, e non più nobile. Una storia che proprio nel momento in cui sembra intorcinarsi dentro i canoni del più classico e banale feulleitton, effettua una nuova e inattesa virata rivelando la sua vera natura: quella - appunto - di una storia nera; anzi, nerissima. E lo fa togliendo la speranza su tutto, tracciando un vero Noir. Un grande Noir storico.

 Massimo Maugeri

 

Copertina di Niccolò Pizzorno

Chi deciderà di dedicarsi alla lettura de "I morti tornano...", oltre a lasciarsi avvolgere dal fascino sinistro di uno sfondo storico che si intrattiene sulla tragedia dell'epidemia di colera palermitana del 1837 e sui tentativi di cospirazione antiborbonica, si imbatterà in una storia moderna e universale (popolata da una folta schiera di personaggi principali e secondari) che riesce ad avvincere offrendo diverse sorprese e un paniere completo di condizioni, sentimenti e inquietudini: dall'amore all'odio, dal coraggio alla viltà, dalla sincerità alla menzogna, dalla realtà all'apparenza, dalla coerenza alla contraddizione, dalla vita alla morte. Una storia che proprio nel momento in cui sembra intorcinarsi dentro i canoni del più classico e banale feulleitton, effettua una nuova e inattesa virata rivelando la sua vera natura: quella - appunto - di una storia nera; anzi, nerissima.

Dalla prefazione di Massimo Maugeri, scrittore palermitano.

Copertina e illustrazioni interne di Niccolò Pizzorno.

 

I morti tornano... - dalla prefazione di Massimo Maugeri

I morti tornano... - dalla prefazione di Massimo Maugeri

Nel leggere questo romanzo, ambientato in Sicilia, a Palermo, intorno al 1837, mi viene in mente la definizione di letteratura del contagio, a cui sono ascrivibili libri che contemplano al loro interno problematiche connesse alla diffusione di epidemie (tra cui opere celeberrime del calibro de "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni e "La peste" di Albert Camus). "I morti tornano..." di Luigi Natoli è dunque un romanzo appartenente alla letteratura del contagio. Ma procediamo per ordine. Siamo in Sicilia. L'anno è, appunto, il 1837. Il periodo è turbolento. I tentativi di cospirazione antiborbonica sono complicati dall'insorgenza di una grande epidemia di colera che miete vittime in maniera impressionante (con punte di 1800 morti al giorno). L'ambientazione storica, il contesto politico e sociale, la tragedia dell'epidemia sono abilmente descritti da Natoli all'interno di queste pagine (soprattutto nella prima parte del romanzo, giacchè la seconda è principalmente dedicata all'approfondimento di altre tematiche che hanno a che fare con la natura umana e le sue aberrazioni).

E' opportuno sottolineare il fatto che "I morti tornano..." presenta una caratteristica peculiare rispetto alla complessiva produzione narrativa di Natoli: in questo romanzo, e solo in questo, lo scrittore è completamente estraneo ai fatti narrati. Non commenta, non partecipa. E' assente. Descrive con maestria e poesia gli effetti devastanti del morbo e, soprattutto nel raccontare le vicende umane dei protagonisti, non si lascia scappare mai un solo commento, una sola osservazione. Negli altri suoi romanzi, invece, in modo poco invasivo, egli è sempre presente, descrivendo in prima persona i fatti, o commentando con garbo, o aggiornando il lettore sulle evoluzioni storiche e soprattutto di toponomastica.

Dalla prefazione di Massimo Maugeri, scrittore palermitano.