I BUONI CUGINI EDITORI

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Pagine 312

Luigi Natoli fu scrittore e storiografo fecondo e poliedrico. La sua sterminata produzione letteraria spazia dalla pura narrativa alla poesia, critica letteraria, saggistica, storia e storiografia, con numerosi testi scolastici e moltissimi articoli pubblicati su quotidiani e periodici. Ovviamente in questo geniale oceano di scritture non potevano mancare le opere teatrali, ma rispetto ad altri suoi lavori, salvo alcune eccezioni, non furono mai date alle stampe o videro la luce delle scene.

Questo volume contiene le opere teatrali in lingua italiana composte dal grande drammaturgo palermitano e precisamente:

Il conte di Geraci - scene medievali in due atti

Cappa di Piombo - commedia in tre atti

L’ironia della Gloria - commedia in tre atti

Quannu curri la sditta! - sceni di vita paisana, commedia in quattro atti

Il numero 570 - scene drammatiche in due atti

Ad eccezione de Il conte di Geraci, l’unica a essere pubblicata, le altre quattro non hanno avuto la stessa fortuna essendo rimaste nella loro forma originale di manoscritti, oggi fedelmente ricopiati e proposti per la prima volta in assoluto al grande pubblico. Degli inediti di lusso che ci fanno conoscere un altro e nuovo aspetto di Luigi Natoli. Sono opere scritte con gran fatica, perché composte nel mare di difficoltà che avvilirono la vita del letterato e che contesero il loro esiguo spazio ai ritagli di tempo, a loro volta strappati ai suoi studi e attività, ma proprio per questo beneficiarono della massima libertà espressiva non essendo condizionata dalle vicissitudini quotidiane.

Il Natoli in questi lavori per il teatro, mette in atto una ricerca di linguaggio meticolosa, dal pensiero libero e universale che lascia da parte i collaudati meccanismi dell’opera del tempo, di quella siciliana in particolare, e si propone in veste contemporanea fino ad assurgere contenuti universali, nella grande tradizione del teatro che conta. “Sono opere che non hanno niente che si rassomigli al teatro siciliano solito a recitarsi, tutto fondato sulla mafia, sulle coltellate, sulla vendetta, con accompagnamenti di urli, contorsioni e deliri più o meno bestiali. Sono commedie senza amori, con adulterii, senza passioni violente; ... tantissimi casi comuni della vita... dove i fatti privati si intrecciano e si fondono organicamente coi fatti della vita pubblica: così da presentare un quadro vivace e fedele della vita dei piccoli paesi.” (Da un articolo del Giornale di Sicilia del 1911).

In corso di pubblicazione Suruzza! - L’abate Lanza - L’umbra chi luci - Quattru cani supra un ossu. Tutte le opere teatrali di Luigi Natoli in dialetto siciliano e con testo in italiano a fronte.

Copertina di Niccolò Pizzorno

Elaborazione grafica di Maria Squatrito 

 

 

Presentazione dell'opera

Presentazione dell'opera

Tutte le opere di Luigi Natoli pubblicate da I Buoni Cugini Editori, sono sempre state fedeli ai testi originali e per far questo, noi Editori, ci siamo personalmente impegnati in complicate ricerche, presso le fonti ufficiali per ricostruire e ridare agli appassionati una lettura chiara e fedele del grande narratore e studioso palermitano.
Per la ricostruzione del teatro di Natoli, non essendo mai stato pubblicato, fatta eccezione per il Conte di Geraci, siamo partiti dall’unico dato certo in nostro possesso, il testamento dello scrittore. La sua chiara volontà è di voler lasciare alla Biblioteca Comunale, tutti i suoi manoscritti, appunti, versi, ecc. La disposizione testamentaria è stata eseguita dagli eredi e in tal modo si è potuti accedere al faldone dove sono contenuti i suoi lavori per il teatro. Dallo studio delle carte sono apparse delle differenze anche sostanziali con la bibliografia ufficiale che riconosce quattordici commedie e drammi teatrali e precisamente:
Il conte di Geraci - scene medievali in due atti - 1884
Fato - dramma teatrale rappresentato nel giugno del 1894 al teatro bellini di Palermo
Cappa di Piombo - commedia in tre atti
Il figlio - commedia in tre atti
Il numero 570 - scene drammatiche in due atti
L’abate Lanza - commedia dialettale in tre atti - 1920
L’ironia della Gloria - commedia in tre atti
Nel gorgo - dramma in tre atti
La leonessa dell’oasi
Luci ‘nta l’umbra - dramma in tre atti
L’umbra chi luci - dramma in tre atti
Quannu curri la sditta - sceni di vita paisana - commedia in quattro atti
Suruzza! - dramma in quattro atti
Quattru cani supra un ossu - commedia in tre atti
È indubbio che la catalogazione del cartaceo sia avvenuta senza una lettura approfondita dei manoscritti riducendola così a un mero atto di archivio.

La prima opera ad essere catalogata è Il conte di Geraci - scene medievali in due atti - 1884. Ha avuto due pubblicazioni nel 1991 e nel 2006 ed è stata studiata sia dal punto di vista letterale sia da quello critico/teatrale. Noi vogliamo solo dare notizia ai lettori che il manoscritto originale è meravigliosamente illustrato dallo stesso Luigi Natoli e ce lo fa conoscere anche nelle vesti di un bravo e attento disegnatore e non solo, ma anche in quello di un artista dotato di una straordinaria grafia. Lui stesso nel saggio Rivendicazioni scrive di sè: “All’arte avevo dato io i primi sogni della giovinezza: li sacrificai a quello che mi apparve dovere di cittadino; e ho frantumato la mia attività in mille piccole cose, di vita effimera, per esumare, divulgare le memorie del nostro passato...” (Palermo, maggio 1927).

Dalla lettura di Il figlio e Cappa di Piombo possiamo affermare con certezza che il primo è un lavoro preparatorio del secondo. Il figlio ha solo quattro personaggi e il principale protagonista è Manlio, figlio di Silvano. Su di lui si snoda tutto il dramma, ma più si procede nella lettura del manoscritto più le correzioni, le cancellature e gli appunti aumentano progressivamente fino alla conclusione dell’opera. Giunti alla fine si capisce con facilità che Natoli non doveva essere soddisfatto del risultato. Noi crediamo che lo scrittore, sicuro di non essere stato incisivo nel suo messaggio, e non volendo scendere nell’ovvietà della commedia siciliana del tempo, abbia modificato l’opera con il colpo di genio di capire l’errore trascrivendola in un dattiloscritto, lasciando inalterata la struttura, i personaggi, e la maggior parte dei dialoghi, ma con la sostanziale differenza di togliere la parte di protagonista al figlio e affidarla a Silvano, il padre. In tal modo, Natoli trova uno stupefacente finale degno della migliore avanguardia teatrale dell’epoca, donandole una sicilianità universale. Basta confrontare le due opere, per rendersi conto delle differenze fra le commedie e di quanto da noi affermato. A rafforzo di questa tesi la frase “Cappa di Piombo” è ripetuta nelle ultime pagine da Silvano, e per tutta la durata dell’opera si ha la reale sensazione di essere avvolti da una “cappa di piombo” che grava su tutto il dramma, in particolare nel terzo atto. Lo stesso discorso vale anche per le opere Quannu curri la sditta! e Suruzza! del tutto affini fra loro e purtroppo prive d’indicazioni atte a stabilire la cronologia delle due composizioni. Quannu curri la sditta! è una copia originale in carta carbone dattiloscritta corretta con meticolosità dall’autore con un pennino ad inchiostro dall’inizio alla fine. È concepita in siciliano e le correzioni di cui sopra, sono finalizzate tutte alla sua letterale traduzione in italiano. Suruzza! è scritta in siciliano, in bella grafia e senza errori. Anche in questo caso la trama è la stessa, così come i personaggi, ma è indubbio che la potenza del dialetto esprima un sentimento diretto e più forte rispetto alla sua versione in italiano che stranamente ha il titolo in vernacolo, divenendone un paradosso perché non è una frase molto usata nella lingua madre (la traduzione letterale è: Quando corre la sfortuna!) Forse Natoli non aveva ancora trovato a qeust’opera un titolo efficace, perché Suruzza! in siciliano è il vezzeggiativo di sorella e rende bene l’idea,  in italiano non ricrea lo stesso effetto di tenerezza. Però è fuori discussione che nella versione in italiano il titolo iniziale Sorella! è stato cancellato con mano ferma e con altrettanta fermezza è scritto il titolo Quannu curri la sditta! Noi crediamo che si tratti sempre di manoscritto rielaborato e corretto, e che Natoli si sia riservato di provvedere alla sostituzione del titolo e del sottotitolo “sceni di vita paisana” magari in fase di stampa o rappresentazione, perché il contrasto stride troppo con il testo rigorosamente in italiano. 

Per concludere, Suruzza! doveva soddisfare particolarmente lo scrittore perché a tal proposito abbiamo trovato un articolo sul Giornale di Sicilia del 25 aprile 1911 che ci pregiamo di trascrivere interamente.
“Suruzza!” di Luigi Natoli al Circolo di Cultura
Sala affollatissima di pubblico eletto, di signore eleganti e intellettuali, di letterati, giornalisti, professori: sala di grandi occasioni al Circolo di Cultura, ieri alle 16 per la lettura della commedia siciliana “Suruzza” letta da Luigi Natoli.
Era naturale che “Maurus” noto per le sue storie e leggende, pei suoi romanzi così popolari, pei suoi articoli agili e nobili, destasse la curiosità del pubblico presentandosi sotto l’aspetto di autore drammatico siciliano. Autore, ahimè! non giovane; ma come autore siciliano... nuovissimo.
Egli cominciò con una prefazioncella per dichiarare i suoi intendimenti, e avvertire il pubblico che la sua commedia (egli si è piaciuto chiamarla così, umilmente, mentre è triste e drammatica) non ha niente che si rassomigli al teatro siciliano solito a recitarsi, tutto fondato sulla mafia, sulle coltellate, sulla vendetta, con accompagnamenti di urli, contorsioni e deliri più o meno bestiali. È una commedia senza amori, senza adulterii, senza passioni violente; con una favola semplicissima; uno dei tanti, tantissimi casi comuni della vita dei piccoli paesi, dove un borgese arricchito con l’usura, stando fra i briganti e il governo, diventa commendatore, occhio destro dei prefetti, arbitro del comune; e rovina qualche parente, spogliandolo a poco a poco. Contro il quale si oppone il nipote, figlio del parente rovinato. I fatti privati si intrecciano e si fondono organicamente coi fatti della vita pubblica: così da presentare un quadro vivace e fedele della vita dei piccoli paesi.
Il terz’atto, in cui è riprodotto l’arrivo del deputato, gli sforzi del commendatore per festeggiarlo, le dimostrazioni e le controdimostrazioni è di una freschezza e una vivacità straordinaria.
La commedia è interessante e commovente: la povertà dignitosa del povero don Tomaso, la malattia della figlioletta, vittima della povertà, l’affetto tenero di Giovannino (il protagonista) per la sorella, tutto ciò ha una nota di dolore così intenso nella semplicità dei mezzi, che commosse il pubblico.
La commedia è in quattro atti. Quando si è detto che il pubblico ascoltò la lettura (il Natoli è un buon dicitore) di tutti e quattro atti, senza che nessuno si movesse, senza fiatare, prorompendo in applausi, che alla fine furono caldi e lunghi e reiterati, si è fatto l’elogio della commedia e del commediografo.
Bisognerebbe vederla sulla scena; ma quale compagnia la darà? Dove sono gli attori adatti?
In altra parte del giornale, intanto, diamo una primizia del bellissimo lavoro.
Le due opere Luci ‘nta l’umbra e L’umbra chi luci (Luci nell’ombra e L’ombra che luccica), entrambe in dialetto siciliano, sono pressoché identiche, fatta eccezione per il personaggio principale che, sebbene diverso nelle due versioni, lascia sostanzialmente inalterata la struttura e i dialoghi fino alle battute finali del dramma. Anche in questo caso uno dei due manoscritti, precisamente L’umbra chi luci,  è in bella grafia e l’altro, Luci ‘nta l’umbra, è pieno di correzioni e cancellature. Dato il modus operandi di Natoli e la nostra approfondita lettura, possiamo affermare che l’opera L’umbra chi luci sia quella definitiva e inoltre, proprio grazie al cambio del protagonista, rafforzare la nostra conclusione tramite lo stesso titolo del dramma, di gran lunga più energico e meglio rappresentativo di tutta l’intera commedia.
Le opere Il figlio e Luci ‘nta l’umbra, non saranno da noi pubblicate, proprio perché ritenute scritti  preparatori dei rispettivi: Cappa di piombo e L’umbra chi luci.
Le due commedie La leonessa dell’oasi e Il Gorgo, sono del tutto incomplete e impubblicabili; in particolare La leonessa dell’oasi è ancora nella sua fase di concepimento ricca di appunti e cancellature che ne rendono addirittura impossibile capirne la trama, mentre Il Gorgo è un manoscritto incompleto e anche se leggibile con facilità, è purtroppo mancante delle pagine iniziali, in particolare di quelle relative ai personaggi e all’ambientazione. La lettura parte dalla scena quinta e da quel punto è difficile procedere alla ricostruzione dell’opera che, tra l’altro, sembra piuttosto articolata. Purtroppo queste parti mancanti compromettono la stessa opera e quindi non abbiamo potuto procedere alla sua ricostruzione. 
Le restanti opere Il numero 570 - L’abate Lanza - L’ironia della Gloria - Il conte di Geraci - Quattru cani supra un ossu sono state fedelmente trascritte, ognuna con le sue difficoltà, bensì complete in ogni loro parte. In particolare vogliamo porre l’attenzione su Il numero 570 (che presenta scritto a matita, a margine dell’elenco iniziale dei personaggi, alcuni nominativi dei probabili interpreti che forse avrebbero dovuto mettere in scena i due atti: Sorrentino/Saltamerenda/Curiale/Gianfrancesco/Di Cimbrio/Marini/Salustri) e sul frontespizio de L’abate Lanza, per la sua bella e ricercata grafia interna a più colori (verde, rosso, blu, oltre al nero).
Nella foto: "Copertina" de Il conte di Geraci, disegnata da Luigi Natoli 

L'articolo di Suruzza! sul Giornale di Sicilia del 25 novembre 1911

L'articolo di Suruzza! sul Giornale di Sicilia del 25 novembre 1911
“Suruzza!” di Luigi Natoli al Circolo di Cultura
Sala affollatissima di pubblico eletto, di signore eleganti e intellettuali, di letterati, giornalisti, professori: sala di grandi occasioni al Circolo di Cultura, ieri alle 16 per la lettura della commedia siciliana “Suruzza” letta da Luigi Natoli.
Era naturale che “Maurus” noto per le sue storie e leggende, pei suoi romanzi così popolari, pei suoi articoli agili e nobili, destasse la curiosità del pubblico presentandosi sotto l’aspetto di autore drammatico siciliano. Autore, ahimè! non giovane; ma come autore siciliano... nuovissimo.
Egli cominciò con una prefazioncella per dichiarare i suoi intendimenti, e avvertire il pubblico che la sua commedia (egli si è piaciuto chiamarla così, umilmente, mentre è triste e drammatica) non ha niente che si rassomigli al teatro siciliano solito a recitarsi, tutto fondato sulla mafia, sulle coltellate, sulla vendetta, con accompagnamenti di urli, contorsioni e deliri più o meno bestiali. È una commedia senza amori, senza adulterii, senza passioni violente; con una favola semplicissima; uno dei tanti, tantissimi casi comuni della vita dei piccoli paesi, dove un borgese arricchito con l’usura, stando fra i briganti e il governo, diventa commendatore, occhio destro dei prefetti, arbitro del comune; e rovina qualche parente, spogliandolo a poco a poco. Contro il quale si oppone il nipote, figlio del parente rovinato. I fatti privati si intrecciano e si fondono organicamente coi fatti della vita pubblica: così da presentare un quadro vivace e fedele della vita dei piccoli paesi.
Il terz’atto, in cui è riprodotto l’arrivo del deputato, gli sforzi del commendatore per festeggiarlo, le dimostrazioni e le controdimostrazioni è di una freschezza e una vivacità straordinaria.
La commedia è interessante e commovente: la povertà dignitosa del povero don Tomaso, la malattia della figlioletta, vittima della povertà, l’affetto tenero di Giovannino (il protagonista) per la sorella, tutto ciò ha una nota di dolore così intenso nella semplicità dei mezzi, che commosse il pubblico.
La commedia è in quattro atti. Quando si è detto che il pubblico ascoltò la lettura (il Natoli è un buon dicitore) di tutti e quattro atti, senza che nessuno si movesse, senza fiatare, prorompendo in applausi, che alla fine furono caldi e lunghi e reiterati, si è fatto l’elogio della commedia e del commediografo.
Bisognerebbe vederla sulla scena; ma quale compagnia la darà? Dove sono gli attori adatti?
In altra parte del giornale, intanto, diamo una primizia del bellissimo lavoro.

Continua la presentazione...

Continua la presentazione...
Per esigenze editoriali abbiamo pubblicato tutto il teatro di Luigi Natoli in due volumi, suddividendolo in opere in lingua Italiana (Il conte di Geraci - Cappa di Piombo - L’ironia della Gloria - Quannu curri la sditta! - Il numero 570) e opere in dialetto siciliano (Suruzza! - L’umbra chi luci - L’abate Lanza - Quattru cani supra un ossu) con traduzione in italiano a fronte.
Noi editori volevamo dare alle stampe l’opera completa del teatro di Natoli, ma non siamo riusciti a reperire Fato che purtroppo è mancante in tutte le biblioteche d’Italia. L’unica cosa che abbiamo trovato di Fato è un trafiletto senza firma sul Giornale di Sicilia del 16/17 giugno 1894 che fedelmente trascriviamo:
Al Bellini
Il nuovo lavoro del nostro concittadino Prof. Luigi Natoli, Fato, ebbe iersera lusinghiera accoglienza dallo scelto pubblico che gremiva la sala dell’elegante teatro. Quell’artista finissima che è la signora Clara Della Guardia per la quale il lavoro era stato scritto, fece addirittura una creazione della difficile parte di Lilli, intorno a cui si svolgeva l’ardita e complicata tesi del dramma.
Le furono ottimi coadiutori i signori Beltramo, Vitti, Cappello, Mugnaini, nonché la signora Casilini che incarnò con partecipazione una esilarante macchietta di vecchia bigotta e pettegola.
Il nuovo lavoro del Prof. Luigi Natoli fu seguito con grande attenzione dal pubblico numeroso, che chiamò più volte alla ribalta i valenti attori e l’autore.
Se il lavoro Colpa del Prof. Natoli, datosi nel 1891, in Palermo e altrove fu riconosciuto come valida promessa nel campo difficoltoso dell’arte, il nuovo dramma rappresentato iersera al Bellini ha riconfermato quella promessa.
Annunciamo al pubblico che la compagnia Beltramo-Della Guardia, che tante simpatie ha raccolto fra noi, chiuderà lunedì sera il suo corso di recite al Bellini, essendo chiamata ad altri impegni a Cagliari e Torino.
Vediamo allontanare con tristezza da noi, la scelta troupe di questa compagnia drammatica, che in così breve tempo, aveva saputo acquistarsi le simpatie dei palermitani, e ci auguriamo di vedere presto fra noi tutti quei ottimi artisti fra i quali rifulge per valore e grazia la signora Clara Della Guardia.
Dalla lettura dell’articolo si apprende che Luigi Natoli aveva scritto nel 1891 un precedente lavoro teatrale e precisamente Colpa. Purtroppo anche in questo caso non siamo riusciti a trovare nulla, neanche lo stesso articolo del Giornale di Sicilia.
Ma un’altra opera si aggiunge a Fato e Colpa. Un’opera desiderata da tutti e del tutto ingoiata dalla dimenticanza della collettività, fino a perdersene la sua stessa memoria. Si tratta de I Beati Paoli scritta da Natoli in versione teatrale. Di quest’opera abbiamo notizie certe della sua esistenza perché il Giornale di Sicilia ha pubblicato più articoli. Sappiamo che è stata rappresentata al teatro Biondo di Palermo il 07 marzo del 1910 e che in città c’era una grande aspettativa testimoniata dagli articoli che anche in questo caso trascriviamo fedelmente.
I Beati Paoli al Biondo (3 marzo 1910)
Mentre la Compagnia Niccoli si prepara a mettere in scena a Catania il magnifico dramma che William Galt ha tratto dal romanzo oramai celebre I Beati Paoli pubblicato nelle nostre appendici, la Compagnia Renzi e Gabrielli, acquistandone il diritto, si apparecchia a metterlo in scena al nostro Biondo.
Sappiamo che furono già distribuite le parti e che si stanno allestendo nuove scene e costumi e chi conosce la ricchezza della “mise en scène” della Compagnia Renzi-Gabrielli comprenderà di sicuro che non tralascerà nulla per dare I Beati Paoli con esattezza storica. Ciò che in Palermo, è, d’altronde, di una necessità principale.
Del dramma non diremo per ora nulla: diremo soltanto che la Compagnia tutta ne è entusiasta. Sarà un vero avvenimento.
I Beati Paoli al Biondo (4 marzo 1910)
L’aspettativa per l’andata in scena del drammaticissimo lavoro che William Galt ha tratto dal suo romanzo, è veramente straordinaria.
Senza ancora essere fissata la data della prima recita, il teatro è già quasi tutto impegnato: le prove procedono alacremente e il bravo Renzi, la signora Gabrielli e tutti gli attori vi spiegano il più grande interesse.
La messa in scena sarà veramente degna di uno spettacolo di prim’ordine. La Compagnia non ha guardato a spese: le due scene, la piazza della Fieravecchia e la chiesa di Santa Maruzza o Santa Maria dei Cancelli, al cui angolo si trova il famoso Vicolo dell’Orfano, luogo di convegno dei Beati Paoli sono state dipinte appositamente dal pittore Spezzaferri di Napoli, uno dei più valorosi scenografi italiani: i costumi sono ricchissimi e fedelissimi, tratti da antiche stampe siciliane. Insomma, un vero avvenimento artistico.
I Beati Paoli al Biondo (05 marzo 1910)
È vivamente aspettata la prima recita de I Beati Paoli che avrà luogo lunedì 7. Il dramma è di 7 quadri, nei quali William Galt ha potuto condensare i punti più drammatici del romanzo. Le esigenze della scena hanno consigliato qualche lieve cangiamento, giacchè un dramma non è un romanzo; ma i cangiamenti, sapientemente fatti, aggiungono maggior tragicità all’azione; che si svolge rapida, vibrante, con un crescendo drammatico. Ma di ciò sarà giudice il pubblico.
Intanto diciamo che saranno fortunati coloro che troveranno ancora qualche palco o qualche sedia disponibile per la prima rappresentazione.
I Beati Paoli al Biondo (08 marzo 1910)
 
Il successo, veramente straordinario, avuto dal romanzo di William Galt, nelle nostre appendici, ha avuto, diremo così, una conferma visibile e sonante nella rappresentazione del dramma che lo stesso autore ne trasse e che ebbe luogo ier sera al Biondo.
Il teatro di via Roma non ricorda forse un pienone simile.
La ressa alla porta, ressa che disarmò non pochi, si potrasse fino alle ore 21 e mezza.
Tutti i posti erano occupati, i palchi erano tutti gremiti, nello spazio riservato per gli spettatori all’impiedi e nella calea era impossibile muoversi e respirare, e tuttavia grande folla si assiepava dinanzi la porta di entrata, tentando invano di penetrare nel vestibolo, anch’esso
gremito, dove la folla delusa di non aver potuto trovare un posto, rumoreggiava.
Poche volte, anzi rarissime volte, il pubblico palermitano ha mostrato tanto interessamento per un lavoro drammatico, cosicchè si può dire che il successo era stato decretato prima ancora che la recita avesse luogo. Senza dubbio era difficilissimo ridurre alla proporzione di un dramma un romanzo ricco di interessantissimi episodi, quali I Beati Paoli. E le difficoltà dovevano parere insormontabili – per la brevità del tempo concessa al traduttore – per chiunque non fosse Luigi Natoli, ingegno gagliardo e  pronto, addestrato ai più pericolosi sports dell’intelletto e capace di qualsiasi tour de force.
William Galt, o se meglio vi piace, Luigi Natoli, eseguendo in pochi giorni la riduzione, costringendo cioè un romanzo di azione interessantissima, nei limiti di un dramma, ha abbattuto non poche e non lievi difficoltà, altre ne ha valicato vittoriosamente, altre ne ha sapientemente evitato, e ha dato al teatro un lavoro organico, ben impostato, felicemente condotto, interessante non soltanto per la impressionante trama e per le forti magistrali linee che la disegnano, ma anche e specialmente per la rievocazione fedele e artisticamente sapiente di personaggi noti per tradizione e per la riproduzione non meno fedele dell’ambiente nel quale essi agivano, ambiente a tutti caro perché formato dalla mentalità, dai costumi dei nostri avi, dal regime che ne ispirava gli atti, che ne regolava la vita.
Il dramma a cui ieri sera il pubblico palermitano fece una così lusinghiera accoglienza, è un dramma essenzialmente sentimentale, perché si impernia sull’azione che svolgeva la famosa setta in difesa di tutti i deboli, ed ha per sfondo un idillio affascinante; è uno di quei drammi che hanno tanta presa nei popoli latini, ed in specie in quelli meridionali, perché ripetono al cuore il linguaggio degli eroici amori ed hanno valore intrinseco, incontrastabile come riproduzione storica.
Come è facile immaginare, era necessario non soltanto ridurre le proporzioni del romanzo, ma anche mutare certe situazioni; però il traduttore non ha tradito il creatore del romanzo, essendo riuscito a riprodurre immutato il carattere dei principali personaggi.
Una parte del successo si deve senza dubbio alla Compagnia Renzi-Gabrielli, che non risparmiò sacrifici per dare una messa in scena degna del lavoro di uno scrittore ben noto ed apprezzato, e degno dell’interessamento con cui la rappresentazione era attesa. Ottime le scene, riproducenti una la piazza della Fieravecchia, ed altra la piazza di San Cosmo, felicemente scelti per le sale del palazzo della Motta, ammirevoli i costumi di quasi tutti i personaggi.
A parte le lievi incertezze, incertezze quasi impercettibili, che sempre notansi in una prima recita, la Compagnia tutta fece del suo meglio nella interpretazione del lavoro, ed alla fine di ogni atto gli artisti, specie la Gabrielli, il Mateldi, il Renzi, furono ripetutamente acclamati.
L’autore fu pure insistentemente chiamato alla fine di ogni atto, ma non si presentò. Alla fine del sesto atto, Luigi Natoli, costrettovi da generali entusiastici applausi, si presentò al pubblico due volte e fu fatto segno ad imponentissime ovazioni.
Il lavoro terrà il cartello per parecchie sere; quasi tutti i palchi e le poltrone sono impegnati per le recite di stasera e di domani sera.
c.f.
Purtroppo nonostante le nostre accurate ricerche non siamo riusciti a recuperare quest’opera e quindi invitiamo chiunque ne abbia una copia di consentirci la pubblicazione Stesso discorso anche per Fato e Colpa.
In conclusione le opere teatrali di Natoli sono:
Il conte di Geraci - scene medievali in due atti - 1884
Colpa - dramma teatrale rappresentato nel 1891
Fato - dramma teatrale rappresentato nel giugno del 1894
I Beati Paoli - riduzione teatrale in 7 atti messa in scena il 07 marzo del 1910
Quannu curri la sditta - sceni di vita paisana - commedia in quattro atti
Suruzza! - Dramma in quattro atti - 1911
Il numero 570 - scene drammatiche in due atti
L’umbra chi luci - dramma in tre atti
L’abate Lanza - commedia dialettale in tre atti - 1920
Cappa di Piombo - commedia in tre atti 
Quattru cani supra un ossu - commedia in tre atti
L’ironia della Gloria - commedia in tre atti
I Buoni Cugini Editori
Anna Squatrito e Ivo Tiberio Ginevra

 

L'articolo sulla rappresentazione de I Beati Paoli al Biondo

L'articolo sulla rappresentazione de I Beati Paoli al Biondo

I Beati Paoli al Biondo (08 marzo 1910)
 
Il successo, veramente straordinario, avuto dal romanzo di William Galt, nelle nostre appendici, ha avuto, diremo così, una conferma visibile e sonante nella rappresentazione del dramma che lo stesso autore ne trasse e che ebbe luogo ier sera al Biondo.
Il teatro di via Roma non ricorda forse un pienone simile.
La ressa alla porta, ressa che disarmò non pochi, si potrasse fino alle ore 21 e mezza.
Tutti i posti erano occupati, i palchi erano tutti gremiti, nello spazio riservato per gli spettatori all’impiedi e nella calea era impossibile muoversi e respirare, e tuttavia grande folla si assiepava dinanzi la porta di entrata, tentando invano di penetrare nel vestibolo, anch’esso

gremito, dove la folla delusa di non aver potuto trovare un posto, rumoreggiava.
Poche volte, anzi rarissime volte, il pubblico palermitano ha mostrato tanto interessamento per un lavoro drammatico, cosicchè si può dire che il successo era stato decretato prima ancora che la recita avesse luogo. Senza dubbio era difficilissimo ridurre alla proporzione di un dramma un romanzo ricco di interessantissimi episodi, quali I Beati Paoli. E le difficoltà dovevano parere insormontabili – per la brevità del tempo concessa al traduttore – per chiunque non fosse Luigi Natoli, ingegno gagliardo e  pronto, addestrato ai più pericolosi sports dell’intelletto e capace di qualsiasi tour de force.
William Galt, o se meglio vi piace, Luigi Natoli, eseguendo in pochi giorni la riduzione, costringendo cioè un romanzo di azione interessantissima, nei limiti di un dramma, ha abbattuto non poche e non lievi difficoltà, altre ne ha valicato vittoriosamente, altre ne ha sapientemente evitato, e ha dato al teatro un lavoro organico, ben impostato, felicemente condotto, interessante non soltanto per la impressionante trama e per le forti magistrali linee che la disegnano, ma anche e specialmente per la rievocazione fedele e artisticamente sapiente di personaggi noti per tradizione e per la riproduzione non meno fedele dell’ambiente nel quale essi agivano, ambiente a tutti caro perché formato dalla mentalità, dai costumi dei nostri avi, dal regime che ne ispirava gli atti, che ne regolava la vita.
Il dramma a cui ieri sera il pubblico palermitano fece una così lusinghiera accoglienza, è un dramma essenzialmente sentimentale, perché si impernia sull’azione che svolgeva la famosa setta in difesa di tutti i deboli, ed ha per sfondo un idillio affascinante; è uno di quei drammi che hanno tanta presa nei popoli latini, ed in specie in quelli meridionali, perché ripetono al cuore il linguaggio degli eroici amori ed hanno valore intrinseco, incontrastabile come riproduzione storica.
Come è facile immaginare, era necessario non soltanto ridurre le proporzioni del romanzo, ma anche mutare certe situazioni; però il traduttore non ha tradito il creatore del romanzo, essendo riuscito a riprodurre immutato il carattere dei principali personaggi.
Una parte del successo si deve senza dubbio alla Compagnia Renzi-Gabrielli, che non risparmiò sacrifici per dare una messa in scena degna del lavoro di uno scrittore ben noto ed apprezzato, e degno dell’interessamento con cui la rappresentazione era attesa. Ottime le scene, riproducenti una la piazza della Fieravecchia, ed altra la piazza di San Cosmo, felicemente scelti per le sale del palazzo della Motta, ammirevoli i costumi di quasi tutti i personaggi.
A parte le lievi incertezze, incertezze quasi impercettibili, che sempre notansi in una prima recita, la Compagnia tutta fece del suo meglio nella interpretazione del lavoro, ed alla fine di ogni atto gli artisti, specie la Gabrielli, il Mateldi, il Renzi, furono ripetutamente acclamati.
L’autore fu pure insistentemente chiamato alla fine di ogni atto, ma non si presentò. Alla fine del sesto atto, Luigi Natoli, costrettovi da generali entusiastici applausi, si presentò al pubblico due volte e fu fatto segno ad imponentissime ovazioni.
Il lavoro terrà il cartello per parecchie sere; quasi tutti i palchi e le poltrone sono impegnati per le recite di stasera e di domani sera.

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