I BUONI CUGINI EDITORI

Casa editrice

Dire in poche parole chi è Luigi Natoli, (o William Galt o Maurus) non è semplice. Ridurlo alla definizione "Quello dei Beati Paoli" non si può: troppo poco, pochissimo, quasi nulla per un autore così grande, che tanto ha dato alla sua amata Sicilia.

Cerchiamo, in questa pagina a lui dedicata, di indicare i punti più importanti della sua carriera di scrittore e di storiografo, in modo da guidarvi nello sviluppo dell'opera su cui noi editori lavoriamo, ovvero riprodurre tutta la produzione completa dell'autore, in tutte le sue sfaccettature (romanzi, storiografia, teatro, critica letteraria, poesia, testi scolastici). Il tutto è nelle versioni originali, ovvero quelle pubblicate dall'autore mentre era in vita, disattendendo tutte le ristampe della casa editrice La Madonnina, stampate per l'appunto dopo la sua morte. 

Luigi Natoli o William Galt?

Luigi Natoli o William Galt?

Di lui l'Editore palermitano La Gutemberg nel 1930 scriveva:

"Oramai è vano mantenere il segreto su questo nome esotico, sotto il quale si è compiaciuto celarsi uno degli ingegni più vigorosi che onorano la Sicilia.

Quando sulle colonne del Giornale di Sicilia apparve una biografia di questo preteso inglese, con un elenco di opere... che non esistono; nessuno sospettò che si trattasse di una burla, e che uno scrittore inglese di questo nome non esisteva che nella immaginazione di chi l'aveva creato. Ma dopo le prime dieci puntate di Calvello gli uomini colti, capirono che il romanzo non poteva essere di un inglese; e che la conoscenza della storia, del costume, della topografia di palermo nel 700, della vita e dell'anima siciliana in quel tempo, era così profonda, che l'autore, per quanto camuffato da suddito di S.M. britannica, non poteva essere che siciliano.

E a poco a poco, crescendo l'ammirazione pel romanzo, si venne a questa conclusione, che di uomini i quali conoscessero così profondamente le cose siciliane non ve ne erano che due: Giuseppe Pitrè e Luigi Natoli; e che, trattandosi di un lavoro di fantasia, e non di erudizione e di scienza, William Galt non poteva essere che Maurus o Luigi Natoli.

Perchè egli abbia voluto incarnarsi in un personaggio esotico, non sappiamo. Non si domanda a uno scrittore perchè abbia assunto questo o quell'altro pseudonimo; talvolta si può indovinare. Forse, William Galt ha voluto godersi da incognito lo spettacolo del grande successo del suo romanzo. Il quale egli scrisse per una prova e per una dimostrazione.

Volle dimostrare che l'ingegno italiano può, se vuole, sostenere vittoriosamente il confronto con quello straniero in un genere di letteratura che i sopracciò dell'arte guardano spesso con ingiustificata diffidenza; e che si può scrivere un romanzo di appendice, interessante per intreccio di avvenimenti, e anche per situazioni drammatiche di effetto, che nel tempo stesso sia opera d'arte.

Opera d'arte nella creazione dei caratteri umani, reali, determinati, varii, opera d'arte nel dialogo; nella descrizione efficace e pittorica; nella rappresentazione viva, evidente, maravigliosa; opera d'arte nella forma; in quel giusto senso di misura, che è pur difficile mantenere in una tela vasta e varia.

E William Galt è riuscito: ha superato la prova. Tanti romanzi già sono usciti dalla sua penna; e basterebbe soltanto uno di essi per la fama dello scrittore. Confronti non se ne fanno, ma dinanzi a quei pasticci, che sono una offesa alla storia, al buon senso, all'arte; a quelle rifritture dei romanzi di A. Dumas (figlio), che escono dalla cucina di M. Zevaco, e dei quali pure non si vergognano di imbandire piatti indigesti al pubblico nostro editori e giornali, abbiamo il diritto di affermare la incomparabile superiorità  del nostro William Galt.

William Galt o Maurus, come piacerà  meglio ai lettori di chiamarlo, da ventidue anni collaboratore ricercato del Giornale di Sicilia, nacque in Palermo nel 1857; da ragazzo rilevò le sue attitudini: a quattordici anni scrisse un romanzo; a sedici anni verseggiava; a diciotto cominciò a scrivere sui giornali. Non ebbe veramente maestri; ma egli ricorda con devoto affetto il suo maestro di quarta classe, Nicolò De Benedetto (morto giovane e pazzo) che indovinò nel piccolo allievo le attitudini a scrivere, e lo incoraggiò e gli perdonò le monellerie; e il professore di ginnasio p. Ramirez, che, leggendo in pubblico i componimenti dell'alunno, gli diceva: - Spero di vivere tanto da leggere le cose vostre stampate.

Queste parole furono lo sprone che spinse il giovane nella carriera delle lettere. D'allora la sua vocazione fu ben chiara e determinata. Abbandonò le scuole, dove il suo ingegno non poteva costringersi al formalismo pedantesco; ma studiò da sè, gagliardamente, i classici latini e italiani, studiò filologia (conserva ancor manoscritta una grammatica storica del dialetto siciliano) studiò filosofia, volle anche formarsi una cultura scientifica. Ma più si appassionò della letteratura e della storia siciliana; e della sua profonda e sicura conoscenza in questo ramo di studi, non vi è chi non gli renda giustizia.

Uomo di svariata e vasta cultura, di ingegno versatile, autore di un gran numero di libri per le scuole pregevolissimi; di una infinità  di articoli, di novelle, di storie e leggende saporitissime, di poesie ammirate, di monografie storiche e letterarie, importanti e citati dagli studiosi come fonti; conferenziere caro e applaudito; commediografo, lavoratore instancabile, scrittore sempre elegante ed efficace e personale, conserva sempre la stessa freschezza giovanile, e si rivela sempre con aspetti nuovi.

I suoi romanzi storici sono lo specchio delle sue doti: in essi vi  è fantasia mobile e varia del poeta, l'osservazione dello psicologo, l'erudizione dello storico e la potenza efficace dello scrittore. Ecco perchè piacciono e piaceranno!

Gli Editori"

 

Prefazione a "La Rivoluzione siciliana nel 1860" (27 maggio 1910)

Prefazione a "La Rivoluzione siciliana nel 1860" (27 maggio 1910)

Questo libro vuol essere una rapida narrazione dei rivolgimenti siciliani del 1860, e segnatamente di Palermo; non critico dunque, non discuto: pure molte cose inesattamente narrate fin qui o alterate o taciute, dico e procuro correggere secondo verità; e tutta quella parte che i nostri vi ebbero dal 15 maggio in poi, la quale ordinariamente non apparisce nelle storie, ho cercato di lumeggiare nelle sue giuste proporzioni, parendomi non soltanto ingiustizia, ma anche ingratitudine lasciar nell’ombra o menomar le opere e i sacrifici dei nostri, che prepararono prima, e spianarono, resero possibile poi e vittoriosa la spedizione garibaldina dei Mille e l’unità nazionale.
Non apologie, né esagerazioni: ma neppure silenzi, e peggio, menzogne e ingiurie, di che si compiacquero anche recenti narratori.
Non ho voluto apporre note e riscontri a piè di pagina, che avrebbero certamente impinguato la mole del libro, e imprestatogli aspetto di erudizione; prima di tutto perché non convenienti al fine di questo libro, che è di divulgare la conoscenza dei fatti gloriosi del 1860; e secondariamente perché le note e l’erudizione avrebbero, distogliendo l’attenzione del lettore, scemata l’efficacia della narrazione; che pei limiti imposti e pel suo carattere di sintesi, vuol correre rapida e nervosa.
Affermo però nel modo più assoluto, che quanto io narro, e come lo narro, risulta oltreché dal confronto e dalla critica delle varie storie e biografie stampate dal 1860 in qua, anche da testimonianze dei tempi, da opuscoli rari e poco noti, da note, memorie, lettere, e in genere manoscritti ancora inediti, e principalmente dai documenti officiali dell’Archivio di Stato, specialmente di fonte borbonica, dai giornali del tempo, dai fogli volanti (di cui una ricchissima collezione raccolse il compianto dottor G. Lodi e donò alla Società di Storia Patria) e da memorie particolari raccolte dalla viva voce; e tutto ho messo in riscontro; perché la verità scaturisca limpidamente senza postume ire né inutili apoteosi, che oramai non son più di stagione.


Luigi Natoli

Prefazione a: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860. Parla l'autore

Prefazione a: Rivendicazioni attraverso le rivoluzioni siciliane del 1848-1860. Parla l'autore

Raccolgo in questo volume alcuni scrittarelli, dei quali alcuni veggono ora la luce per la prima volta, altri, già pubblicati su giornali, sono così interamente rifatti, che possono considerarsi nuovi.
Quali gli intendimenti che m’indussero a comporne un libro, il lettore vedrà da sè; e gli farei un torto se mi trattenessi a illustrarglieli. Dirò soltanto che questi scritti nacquero dalla mia passione per la Sicilia e specialmente per Palermo mia città natale: passione che invece di affievolirsi con gli anni, è divenuta più intensa via via che mi sono addentrato – quanto è possibile a una vita umana assillata dai bisogni della vita cotidiana – nello studio della storia; e mi sono accorto degli errori, dei pregiudizi, della superficialità e anche dell’ignoranza di che son pieni scrittori, anche valorosi, quando parlano e giudicano delle cose siciliane. Delle quali non si può parlare con tanta facilità e leggerezza; così vasta, molteplice, ricca di cose ancora ignote, inesplorate è la nostra storia; tanti problemi sono ancora insoluti: e non soltanto della preistoria e dell’epoca greca, ma anche delle epoche posteriori e più vicine a noi. V’è negli archivi pubblici e privati ancora grande materiale da esplorare: v’è nelle biblioteche altro materiale accumulato nel corso dei secoli dal paziente lavoro di uomini oscuri, frugato in parte dagli studiosi; ai quali, più che s’avanzano nelle ricerche, e più ampio si rivela il campo di esse.
Due epoche hanno finora attirato gli studiosi, più che le altre: l’antica e la medioevale; e dell’una e dell’altra la storiografia vanta opere di capitale importanza, che servono di guida e di lume a chi vorrà continuare le indagini. Ma vi sono secoli, che, non so per qual pregiudizio, son lasciati da parte; e nei quali bisogna pur cercare l’azione lenta, quasi inavvertita, per cui, nell’asservimento politico e nell’isolamento, l’oscuro istinto di italianità va trasformandosi in coscienza nazionale; per cui si cerca di rompere la cerchia dei tre mari per vivere la vita del mondo. Vi sono secoli più vicini ancora, nei quali avviene un profondo rinnovamento nella cultura, e si foggiano anime nuove; e che intanto rimangono ignorati, come un tempo lontano e oscuro. Tale l’ottocento siciliano che ha scrittori, storici, critici, poeti, scienziati, artisti dei quali ogni regione potrebbe gloriarsi; del cui carattere e valore soltanto la incompetenza di un ignorantissimo di cose siciliane potè dar giudizio spiccio, con leggerezza punto filosofica. Ed è fortuna che di questi nostri scrittori alcuni, soltanto, perchè vissuti nel continente, e perchè stamparono nel continente, sono meritamente noti; chè altrimenti anch’essi si troverebbero, non ostante il loro valore, travolti in quella oscurità nella quale giacciono altri ingegni valorosi e onorandi. A questi dovrebbero i giovani, or meglio preparati, rivolgere le loro cure amorose.
Gli scritti qui raccolti non pretendono neppur lontanamente sfiorare uno degli aspetti di questo ottocento siciliano: nacquero per ribattere accuse, correggere errori; per istinto di difesa e amore di verità e di giustizia. Pure tra essi appresi qualche spiraglio; come dalle fessure dello steccato i fanciulli ficcando gli occhi vedono l’arena del circo, così da esso può qualcuno scoprire 1’ampiezza del campo ancora non dissodato, e invogliarsi a entrarci, con la fervida volontà di rivangarlo, e trarne alla luce e a vita nuova e più rigogliosa messe di gloria pei nostri vecchi dimenticati e per la nostra isola.
All’arte avevo dato io i primi sogni della giovinezza: li sacrificai a quello che mi apparve dovere di cittadino; e ho frantumato la mia attività in mille piccole cose, di vita effimera, per esumare, divulgare le memorie del nostro passato; per farle amare; per spronare altri alla storia nostra, che non defrauda, ma aggiunge nuove immarciscibili foglie all’alloro di che si inghirlanda l’Italia madre; e per far sentire ai giovani l’orgoglio di essere siciliani, ma nel tempo stesso il dovere che incombe sopra di loro, di esser degni del passato glorioso; e render nelle opere feconde della pace l’isola nativa emula delle altre regioni d’Italia, come emula, se non pur superiore, fu per rinuncie, per sacrifici, per sangue generosamente versato. 
Troppo io presunsi; lo so: ma se da questi scritti movesse qualcuno di maggior ingegno e più matura preparazione, e con maggior agio, a studiare profondamente e a rivelare questo o quell’aspetto del nostro Ottocento, io mi sentirei pago, e non rimpiangerei i sogni della mia giovinezza oramai tramontata da un pezzo.

Palermo, nel maggio del 1927

Luigi Natoli 

Il testamento di Luigi Natoli

Il testamento di Luigi Natoli

"Non beni. Ho lavorato molto, e non ho tratto dal mio lavoro che scarso profitto, perchè sono stato economicamente inutile e non ho saputo far valere quel che potevo; e inoltre del mio lavoro non cercai la parte commerciale, ma solo la gioia che mi procurava. Perciò son povero. Non mi dolgo della mia povertà, se non per il male che ne risentono i miei figli. Non lascio nulla: solo ritratti. Uno dipinto da Sparacino lo lascio a mia figlia Lydia (l'altro dipinto da Amorelli l'ho già dato a mia figlia Hedda). Il ritratto dipintomi da Camarda lascio a mia moglie, con questo, che alla sua morte lo doni a mio nome alla Biblioteca Comunale. Il busto in gesso lascio a mio figlio Edgardo, dolente di non aver nulla da lasciare agli altri figli, i quali mi perdoneranno.
Alla Biblioteca Comunale lascio tutti i manoscritti, appunti, versi, ecc. chiusi nelle buste di cartone. Questo voglio più presto che sia possibile.
Morendo povero, voglio esser sepolto da povero: quindi nessun annuncio se ne dia, se non dopo sepolto il cadavere; si risparmierà agli amici il fastidio di accompagnare il morto, che non sa e non può intendere nulla; e si risparmierà anche il supplizio a qualcuno di quattro parole. Mi lascino in pace. Luigi."

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