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Cagliostro e le sue avventure. Romanzo storico siciliano.

Cagliostro e le sue avventure. Romanzo storico siciliano.

La saggezza consiste nel lasciare di sè un concetto straordinario, un grande desiderio e la supposizione d'esser capace di più straordinarie e sbalorditorie azioni. 

Pagine 881 - Questa pubblicazione di Cagliostro e le sue avventure di Luigi Natoli è la fedele copiatura di quella apparsa nel 1914 a puntate in appendice al Giornale di Sicilia. L'edizione, profondamente diversa da tutte le altre, è da ritenersi l'unica originale perchè curata dallo scrittore in persona nelle pagine del quotidiano. Tutte le altre, pubblicate postume, hanno notevoli e profonde differenze: basterà  semplicemente confrontare l'indice dell'opera per rendersi conto delle diversità.

Nell'immaginario collettivo Cagliostro ha da sempre un posto di grande rispetto. Lo crediamo potente, ricco, furbo, nobile, alchimista, viaggiatore, seduttore, taumaturgo, medico e anche martire data la sua disgraziata fine in un orribile carcere, e in massima parte è vero, ma è pur vero che Coepis et Magnas (Piglia e mangia) fu il motto della sua giovinezza da furfante ed Ego sum qui sum, quello della sua maturità  massonica di gran Cofto e fondatore della loggia: "Io volli aprire nei primi dell'anno 1782 una loggia egiziana, in tutta la pompa dei simboli, per guadagnare al mio rito tutti i Liberi Muratori di Strasburgo... Quando la sala fu piena... io mi vestii delle insegne che avevo immaginato e fatto eseguire. Tunica di seta nera ornata di geroglifici rossi; cuffia egiziana, con le bande pieghettate di tela d'oro, fermata su la fronte da un cerchio d'oro tempestato di gemme. Un cordone verde smeraldo, seminato di scarabei e di caratteri dipinti di metallo cesellato, scendeva sul petto. Dalla cintura di seta rossa pendeva una larga spada da cavaliere, con l'elsa a forma di croce. Sotto queste vesti avevo un aspetto venerabile e imponente, e il mio sguardo appariva così terribilmente maestoso, che al mio ingresso corse per tutte le vene un fremito, e si fece un silenzio profondo e religioso. Questo apparato potrebbe sembrarvi in contraddizione coi miei principi di rigenerazione fisica e morale; ma io so per esperienza che niente agisce con così pronta efficacia e con tanta persuasione sulle anime, quanto uno spettacolo straordinario ed illusivo... Io vidi che gli spiriti di disponevano già  allo straordinario".

Luigi Natoli mette a nudo il personaggio di Cagliostro con tutte le qualità e i suoi innumerevoli vizi in un contesto storico perfettamente narrato. 

La teoria di guarigione

La teoria di guarigione

 Le malattie son dentro; s’annidano nelle viscere, nel sangue, nei nervi, in tutto quello che è celato ai nostri occhi, e di cui non possiamo avere la visione precisa. Ma l’anima di chi è ammalato vede e sa dove il corpo è ammalato e di che; bisogna dunque, più che l’invisibile del corpo, leggere nell’anima, domandare all’anima la sede delle sofferenze, ricercare nel suo muto linguaggio la rivelazione di ciò che è celato ai nostri sensi limitati.

Questo io facevo. Mi bastava guardare fisso negli occhi l’ammalato perché una luce si facesse nella mia mente, e io vedessi il suo male, e acquistassi la sicurezza di vincerlo. Questa sicurezza passava dal mio spirito in quello dell’ammalato: egli se ne andava con la medicina da me somministrata, pienamente certo di guarire.

 Ho detto che io somministravo le medicine; di fatto io non davo le ricette scritte; poiché queste costituivano già un segreto, non era conveniente né utile metterle in mano di uno speziale, che avrebbe potuto servirsene per fabbricare specifici a suo benefizio: i quali, oltre al danno materiale, me ne avrebbero recato uno morale molto maggiore, giacchè somministrati a caso, senza conoscer veramente la natura del male, cui io adottavo la medicina, avrebbero con l’insuccesso e anche, forse, con la morte, messo in discredito i miei rimedi e me. Io mi provvedevo delle erbe, degli estratti, delle polveri, di tutto ciò che era necessario; fabbrica­vo da me, coi processi alchimici l’olio di zucchero; componevo le me­dicine, in forma di beveraggi o di pillole, la cui formula, per ciò, rimaneva un mio segreto.

 Il che per altro ne aumentava il valore. Se la gente avesse saputo che, per esempio, in quelle pillole mira­colose c’entrava della polvere di radici di cicoria, di indivia, di calcitropia,  o anice o aloe, o altre cose così semplici e di niun costo, avrebbe perduto la fede nella mia medicina, e l’avrebbe disprezzata. Il mistero del segreto invece le dava maggior credito e mi permetteva di farla pagare ai ricchi un prezzo veramente favoloso. I ricchi pagavano pei veramente poveri, ai quali som­ministravo gratuitamente i medicinali.

 A nessuno domandavo un compen­so per le mie visite. Naturalmente i veri poveri rimuneravano la mia gene­rosità con benedizioni sincere; i bor­ghesi, per la natural albagia spagnola, non volendo parere ingrati o pitocchi, mi ricambiavano con regali  di polli, salsicce, formaggi, vini, stoffe, sicchè non spendevo più nulla per il mio vitto quotidiano; i ricchi, i signori, si di­sobbligavano magnificamente con regali di gioielli e di argenteria.

 Nella preparazione dei medicinali non mi facevo aiutare da nessuno, sal­vo che un po’ da Lorenza. Io li preparavo di notte.

 Io non avevo bisogno di interrogare gli ammalati per capire qual fosse la loro malattia; se rivolgevo qualche domanda era per seguir l’usanza dei medici, e per dare una soddisfazione agli ammalati stessi: ma in verità mi bastava guardarli fissi, perché la natura delle loro sofferenze mi si rivelava come in un libro. Era una specie di divinazione, che stupiva anche me stesso. Così non sentivo il bisogno di ricorrere a medicine: invocavo l’ispirazione del cielo, imponevo le mani sul capo dell’ammalato, gli dicevo:

 - Va tu sei guarito.  

Come avvenisse non so; il fatto è che se ne andavano veramente guariti. Ciò aveva del miracoloso; il popolo diceva che io ero un santo o un mago. Ma un mago non invoca Dio, e non compie opere di carità. Io oltre a guarire i poveri, davo loro dei soccorsi di danaro; dunque ero un santo!...

 Voi non potete immaginare la folla che assediava la mia casa; empiva l’ingresso, la corte, il vestibolo, il salone. Centinaia di sventurati privi d’ogni soccorso. Io li ascoltavo a uno a uno, senza perdere una parola; entravo nel laboratorio per un istante e ne ritornavo con una quantità di medicine, che dispensavo, dando a ciascuno la sua e ripetendogli quel che egli aveva riferito del suo male. La mia memoria era veramente prodigiosa.

 Donde e come nascesse non so, ma ero animato da uno spirito di carità straordinario. A una povera donna, venuta a implorare il mio soccorso, perché aveva il marito in prigione per debiti, diedi il denaro per liberarlo. Questo e altri fatti simili e la mia generosità verso gli ammalati poveri, rialzarono la mia figura e davano un prestigio d’evangelo alle mie parole; cosicchè il mio apostolato per diffondere la massoneria egiziana, ed essere riconosciuto come il Gran Cofto, trovava un terreno favorevole. 

Lorenza Feliciani

Lorenza Feliciani

Non era molto alta; ma di taglia ben fatta e aggraziata; bianca di carna­gione, coi capelli biondi e due grandi occhi azzurri, una bocca piccola e ver­miglia. Lo sparato del collo, lasciava ve­dere fra le trine del fisciù un seno ro­tondetto e fermo, che di bianchezza vinceva le trine stesse. Le sue mani piccole, carnose, avevan le dita lun­ghe, affusolate, come quelle di una statua. Ma quel che più incantava era il suo sorriso, nel quale l’ingenuità e una innocente furberia si confonde­vano insieme; era il suo sguardo or profondo e pensoso, ora pieno di dol­cezza, ora umido, tenero, errante die­tro i sogni; ma sempre penetrante ed eloquente, come i grandi occhi neri della donna di Sicilia.

Io avrei potuto invitare come testimonio alle nozze il marchese Alliata e il barone di Brettenil; ma l’idea di veder in propria casa quei signori spaventò talmente la sora Pasqua, che ne abbandonai l’idea, e mi rivolsi al vicecurato don Arciera e a un altro siciliano, mio buon amico, un certo Giuseppe Cazzola; e alla loro presenza il 20 aprile del 1768, nella parrocchia del S. Salvatore in Campo, sposai la mia Lorenza.

Lorenza aveva un cuore sensibile e, non ostante fosse bionda, il sangue ardente: libera da ogni soggezione, e sentendosi anzi obbligata per sagramento ad amarmi, ella mi prodigava le più tenere carezze. Lorenza, forse per l’amore che mi portava, e per l’ascendente che io avevo preso sopra di lei, mi secondava; io mi ac­corsi che ella aveva una natura facil­mente educabile; e che, fine d’aspetto come era, avrebbe potuto facilmente prender l’aria di una signora. Aveva poi una bella memoria e imparava fa­cilmente.

Io approfittai di queste sue buone disposizioni per educarla.

Ella era vissuta sempre accanto alla gonna della madre fra la casa, la botte­ga e la chiesa. Qualche domenica il sor Giuseppe la conduceva in una osteria dei dintorni, fuori porta S. Paolo o fuo­ri porta S. Giovanni; e la notte di S. Pietro a veder la girandola.

Questo era tutto il mondo che essa conosceva.

Era stata allevata troppo religiosa­mente e fra troppe pratiche divote, per aver l’idea di una vita più mondana; ed aveva portato sempre vesti popolari, che ricevevano grazia soltanto dalla sua persona, per non sentirsi impacciata nell’abbigliamento signorile che io le imponevo, per la sua condizione.

Lorenza non era capace di sentire grandi passioni; il suo cuore era leggero e vano, amava di piacere, ma non vi si attaccava. Dopo esser convissuta in intimità con l’Alliata, non aveva provato alcun dolore nel di­staccarsene improvvisamente. Le sue simpatie a fior di pelle; non le penetra­vano nel sangue. Ciò le permetteva di godere della vita ciò che la vita poteva darle, senza logorarsi l’anima fra le ansie, le smanie di una passione. Se dunque secondava il marchese Fonta­nazzo, gli era per vanità, e perché ne aveva dei vantaggi.

Sebbene bionda, e sotto il suo aspetto grazioso, gentile, casto, Lorenza aveva un cuore avido di piacere e un sangue ardente di voluttà.

 

 Non tremare; dovrei essere ve­ramente un imbecille a guastarmi il sangue per una donna come te... E quella eccellente sora Pasqua, tua ma­dre, che ti credeva un’agnelletta inno­cente!... Tu sei impastata di libidine, di ipocrisia e di sfrontatezza!... Va là; venditi...

Il Gran COfto e la prima seduta di rito massonico egiziano

Il Gran COfto e la prima seduta di rito massonico egiziano

 Io volli aprire nei primi dell’anno 1782 una loggia egiziana, in tutta la pompa dei simboli, e operare con la “colomba”, per guadagnare – ora che lo potevo – al mio rito tutti i Liberi Muratori di Strasburgo.  

Quella seduta rimase celebre, e qualche gazzettiere, pur esagerando un poco, ne lasciò memoria.  

Feci illuminare la sala con candele preparate da me, che diffondevano e alternavano luci diverse, e producevano delle illusioni ottiche: in fondo alla sala feci porre un paravento, e dinanzi a esso il tavolino d’ebano nero. Scelsi poi alcuni fanciulli e alcune fanciulle fra i sette e gli otto anni, che vestiti di bianco e profumati dovevano essere le “colombe”.  

Quando la sala fu piena di liberi muratori e di dame affiliate anch’esse, io mi vestii delle insegne che avevo immaginato e fatto eseguire. Tunica di seta nera ornata di geroglifici rossi; cuffia egiziana, con le bande pieghettate di tela d’oro, fermata su la fronte da un cerchio d’oro tempestato di gemme. Un cordone verde smeraldo, seminato di scarabei e di caratteri dipinti di metallo cesellato, scendeva sul petto. Dalla cintura di seta rossa pendeva una larga spada da cavaliere, con l’elsa a forma di croce.  

Sotto queste vesti avevo un aspetto venerabile e imponente, e il mio sguardo appariva così terribilmente maestoso, che al mio ingresso corse per tutte le vene un fremito, e si fece un silenzio profondo e religioso.  

Due dei miei valletti, vestiti da schiavi egiziani, come sono rappresentati nelle sculture di Tebe, si posero accanto al tavolino d’ebano.  

Questo apparato potrebbe sembrarvi in contraddizione coi miei principi di rigenerazione fisica e morale; ma io so per esperienza che niente agisce con così pronta efficacia e con tanta persuasione sulle anime, quanto uno spettacolo straordinario ed illusivo. Gran parte della sua efficacia la chiesa deve appunto alla magnificenza dei suoi riti.  

Io vidi che gli spiriti di disponevano già allo straordinario.  

Lione fu la città dove io diedi veramente un vigoroso impulso alla massoneria egiziana, e dove gittai le basi per coordinare le varie logge che avevo fondato qua e là, in una grande famiglia; e mettere il mio rito sopra qualunque altro.  

Le esperienze compiute qua e là, la forza che io possedevo, l’ascendente che esercitavo, gli stessi errori commessi e dai quali avevo preso insegnamento, tutto ciò mi affidava, ed io vedevo già in via di avverarsi il mio sogno di dominio.  

Essere il capo, il condottiero, il profeta, l’agitatore di un vasto e forte esercito reclutato fra le classi più possenti per ricchezza, stato, sapere; poter muovere questo esercito a mio talento, con un sol cenno; non è forse questa una bella e magnifica ambizione per uno spirito intraprendente, capace di compiere grandi cose?  

Non mi sarei occupato di massoneria, se non mi ci avessero spinto il Balì signor de Loras, l’ambasciatore di Torino e monsieur de Nean incaricato d’affari di Francia; che mi conoscevano per fama.  

Istigato da costoro apersi e inaugurai una loggia di rito egiziano; ma ciò non valse a trattenermi. Napoli non mi attirava. Avevo preso gusto alla vita più libera e più progredita delle grandi città della Germania, Francia, dell’Inghilterra, e l’aspetto dei lazzari seminudi e le immondizie accumulate nelle vie mi ripugnavano.  

Fu questa la ragione per la quale non tornai in Spagna. Troppa miseria, troppa superstizione, molto ozio, nessuno spirito di novità.  

“noi attraversiamo un periodo maraviglioso, nel quale l’uomo, addormentato da lungo tempo in un sonno profondo, viene destato dal clangore di trombe che lo stordiscono, ma di cui non intende bene le note. I filosofi distruggono tutto ciò che è vecchio: religione, governo, ordinamenti; e gittano un gran turbamento nelle vostre coscienze. Parole nuove balenano dinanzi ai vostri occhi: libertà, uguaglianza, fratellanza, tolleranza religiosa, abolizione dei privilegi, un nuovo fondamento di diritto.... Queste parole riscaldano il vostro sangue, affilano le vostre armi. Ma voi non potete apprezzare il valore di tutto ciò, perché i vostri cuori non sono puri; perché voi siete in preda delle passioni. Dovete rigenerare prima voi stessi come uomini, acquistare il grado degli eletti, quel senso di divinità che vi rende perfetti e arbitri sapienti della vostra condotta, perché quelle parole acquistino verità!...” 

Bordeaux era il principale centro massonico della Francia dopo Parigi. La prima loggia vi era stata fondata nel 1723; quando io vi giunsi le due principali portavano il nome di Amicizia, l’una, Loggia francese l’altra: esse erano state visitate pochi anni innanzi dal duca di Chartres, grande maestro. Non seguivano tutte lo stesso indirizzo: le sette pullulavano; v’erano illuminati di tutte le specie; seguaci di Nicolai, di Weisshaupt, di Scieffort; ve n’erano della Stretta e dell’Alta Osservanza.  

Bisognava ridurli a unità. L’unità era nella mia riforma, nella Massoneria egiziana. Bisognava trasformare le logge: e lo feci. I Bordolesi mi seguirono.

 

La morte del conte di Cagliostro

La morte del conte di Cagliostro

Per tutta la giornata non si parlò d’altro che di quell’avvenimento: la barba finta del prigioniero, portata come un trofeo, gironzolò per tutto il castello; l’arciprete volle vederla, la portò a vedere agli altri preti della curia: la videro nel paese tutti i magistrati del comune, maravigliandosi come il prigioniero avesse potuto procurarsela o fabbricarla, e qualcuno vedendoci, naturalmente, l’opera del demonio.
E intanto che tutte queste chiacchiere accresciute via via di nuove invenzioni, come un rivo, che, ingrossato nel suo corso da torrenti, diventa fiume, circondavano di leggende il prigioniero, il governatore ordinava che venisse bastonato; e, perchè gli passasse la voglia di fuggire, fosse trasportato nella prigione del Pozzetto, ed ivi incatenato per un piede a un grosso anello, infisso nella parete della prigione.
Egli non mandò un lamento: torvo, chiuso in un dolore disperato, lasciò compiere contro di sè le crudeli rappresaglie. Fu calato con le corde da una botola dentro la nuova prigione ed ivi abbandonato.
La prigione detta del Pozzetto era la peggiore di tutti: si trovava nella torricella del mastio, a occidente; alta dal suolo circa sessantaquattro braccia, illuminata da un finestrino con triplice inferriata, aperto a meno di tre palmi dal pavimento nudo e limaccioso, nella parete spessa otto palmi. Angusta, umida, semioscura; non aveva porta: vi si entrava dall’alto, per una botola che si apriva esternamente, donde, occorrendo, si calava una scala. Il prigioniero vi era stato calato con una corda; forse per questo, la prigione aveva nome Pozzetto: nessuna fibra, per forte che fosse, avrebbe potuto durare a lungo in quella sepoltura, che la pietà religiosa del sant’uffizio e del papa dava ai prigionieri. Non v’era che un mucchio di paglia per giaciglio, gittata in un angolo, sotto un grosso anello di ferro infisso nella parete per incatenarvi il prigioniero.
Giammaria sollevò la botola, e sporse il capo dentro la cella.
Il prigioniero stava seduto sulla paglia, per terra.
Giammaria stentò a conoscerlo: pareva invecchiato di dieci anni, e le lividure del volto gli davano un aspetto spaventevole.
Il prigioniero alzò gli occhi sul giovane, guardandolo con quello sguardo che produceva un certo rimescolìo e soggiogava.
Lo sguardo solo era il medesimo.
L’arciprete don Marini e il suo coadiutore, il padre don Filippo Scalini, per quei quindici giorni, a vicenda avevano tentato ogni via per ammollire il cuore di quell’uomo, che, per loro, era in preda del demonio. Egli pareva si fosse chiuso in un mutismo, che nè esortazioni, nè preghiere, nè mi nacce e neppur torture eran valse a vincere. Gli avevan punto le carni, gli avevano storto le braccia per vedere se conservava la sua sensibilità e se quel mutismo fosse un effetto del colpo apo pletico o di pravità d’animo; egli si era riscosso, aveva mandato un urlo che non aveva nulla di umano, ed era caduto nel suo mutismo. Soltanto i suoi occhi avevano conservato nella profondità dello sguardo, la loro elo quenza; e spesso alle insistenti doman de degli ostinati padri, esso si era illu minato di una superiorità sdegnosa, o di una penetrazione così profonda, che quelli se ne erano sentiti imbarazzare.
Don Marini aveva anche indetto pubbliche preghiere; aveva nel duomo esposto il Sagramento, e fatte suo nare le campane, perché Dio misericordioso toccasse il cuore indurito nella perversità. Ma invano...
Era morto alle tre del mattino del 26 agosto; e nel pomeriggio lo mandavano a seppellire. Come eretico e scomunicato, non gli toccava sepoltura cristiana, tanto meno accompagna mento di prete o lume acceso. E neppure una bara.

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