I BUONI CUGINI EDITORI

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Nel 1842 Eugène Sue pubblica I misteri di Parigi, inaugurando ben presto un fortunato genere letterario che varcherà  i confini francesi. Il romanzo tradotto in italiano nel 1848 influenza i nostri scrittori fino a creare una vera e propria moda che dilaga per tutta la penisola italica con la pubblicazione di diverse opere di "Misteri", come quelli di Roma, Torino, Firenze, Livorno, Genova solo per citare i più noti. Ma oltre a quelli più famosi di Napoli di Francesco Mastriani, un posto a parte lo occupano I misteri di Palermo di Benedetto Naselli, oggi riproposti nell'unica e rarissima versione originale.

L'opera pubblicata nel 1852 è la realistica rappresentazione di una Palermo degli inizi ottocento ed è piuttosto sensibile al ritardo culturale e al degrado materiale del popolo, avversato dai capricci dei potenti e dalle loro corruzioni, da una privatistica e influenzabile amministrazione della giustizia, da una miseria che è solo sofferenza e disperazione senza riscatto. Naselli ci descrive una società  governata dal male utilitaristico come volto necessario del potere, dove il carcere con le sue torture è la normale conduzione dell'infelice vita di genti affamate di pane e giustizia.

Il realismo di questo romanzo è dato anche dalla sua perfetta ambientazione nella Palermo ottocentesca, dove tutti i suoi personaggi si muovono con estrema naturalezza e si distingue soprattutto per il primario tentativo d'indagine sociale con la descrizione di una vita giornaliera, che seppur usando il registro narrativo di un tardo romanticismo per le sue tematiche in costante conflittualità  fra i grandi temi del bene e del male, della virtù e del vizio, lo colloca prepotentemente fra i grandi romanzi popolari dell'ottocento. Un autorevole dramma dell'ingiustizia, del quale sembra vittima in prima persona questo sconosciuto scrittore palermitano, avvolto nel mistero di una feroce dimenticanza collettiva.

Prefazione dell'autore

AL LETTORE

 

Lettore mio amasti mai? il tuo cuore s'inebriò mai alle dolcezze di un amore puro, celeste, sentimentale, divino? ti beasti mai nel sorriso della gratitudine? sentisti mai scorrer sulla tua guancia una vergine lacrima sfogo della tristizie d'una sventura? L'anima tua palpitò mai ai dolori del poverello, ai tormenti dell'orfano, all'agonia del moribondo? Portasti mai grave la soma della sventura?... No! Chiudi, non leggere e vatti con Dio, non sei il lettore ch'io cerco. Tu sei un meschinissimo abitatore di questa valle di tormenti e di lacrime; te Dio privò dei pochi sollievi di noi miseri mortali, tu vivrai giorni di apatica rassegnazione, giorni di amaritudine.

Il mio libro ti offre fanciulle affralite dall'oltraggio dei mali che non poterono rovesciarle che in un colla vita; t'imbatterai in uomini di cuore eminentemente sublime nella cui mente fremeano forse concetti generosi atti a farci migliori e crescer lustro alla patria, starsi sotto la boriosa jattanza d'uomini superbi, a intercettar loro per sempre il cammino; scorgerai più di un desolato, che avrebbe volontà  e potenza di fare ed è privo di mezzi; palpiterai ai moti di cuori affranti ed abbattuti dalla dolorosa gradazione della miseria a cui la società  dimentica dei propri figli, confida l'orfano ed il miserello che son pure nostri fratelli; varcherai in fine più in là  la triste soglia ove l'omicidio, il furto, il vitupero, e tutta quanta la putrida sentina dei vizi han ricetto.

Il mio libro sverterà  dall'occulto vizi e virtù, opere magnanime e prostituzioni cittadine; ti porrà  sott'occhio quadri alla vista dei quali indietreggerai a prima giunta, ma educheranno il tuo cuore alla scuola della verità  che ti comparirà  più bella nella sua nudità , senza barbare vestimenta accattate ad imprestito; ti mostrerà  lacrime che ti sarà  dato di asciugare; ti farà  sentire la sublime grandezza, di chi consola, anima e protegge l'infelice, che mancando di conforto e di protezione, non ardisce ed ha vergogna di stendere la destra tremante.

Lettore! Gradiscine lo scopo che è santo, non incolparne la volontà  se non mi sorressero le forze.

 

Benedetto Naselli

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