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Benedetto Naselli: I Beati Paoli o La famiglia del giustiziato

Benedetto Naselli: I Beati Paoli o La famiglia del giustiziato

...ma tu anima di fango... redivivo Giuda... anzi più di Giuda infame, perchè questi vendè Cristo per trenta denari e tu venderesti 

Pagine 124 - I Beati Paoli trovano nell'omonimo capolavoro di Luigi Natoli la sublimazione letteraria in un romanzo di carattere storico popolare che tuttora rappresenta l'eccellenza nel suo genere. Prima del grande narratore palermitano, della setta segreta dei Beati Paoli scrissero storici, letterati e anche poeti. Fra i testi di riferimento per gli studiosi del "fenomeno" vi è I Beati Paoli o la famiglia del giustiziato, dramma in cinque atti dell'avvocato Benedetto Naselli rappresentato per la prima volta la sera del 21 dicembre 1863 a Palermo, nel Real Teatro di Santa Cecilia. L'opera, sempre citata e del tutto introvabile, rivive oggi in questa fedele edizione per la collana "Gli introvabili".

Andrea Valenti è accusato dell'omicidio del pittore Vito. Tutto il popolo lo crede innocente. I suoi ultimi momenti prima di salire il patibolo sono esaltanti e angosciosi, e dice tali cose che la sola innocenza può far dire fra gli spasmi e le aberrazioni di un supplizio. Maria, la sua giovane moglie, è povera, cieca ed ha due piccoli figli da mantenere. Le hanno ucciso il marito, unica fonte di sostentamento della famiglia, e  non solo, glielo hanno pure infamato incolpandolo di un delitto che non ha commesso. Ora vuole essere riabilitata e chiede giustizia per sè, i suoi figli, il giovane marito morto. Chiede a tutti ma La giustizia è cieca ed ha i piedi di piombo...

Benedetto Naselli: al lettore

Benedetto Naselli: al lettore

Questo lavoro fu meditato e scritto durante i lunghissimi e tristissimi giorni della mia prigionia. Ho svisata in menoma parte la storia, solo quando convenienze di nomi o di luoghi non permettevano dire la verità, del resto tradita mai, perché tratta da cronache e da libri, che a mercè della squisitezza del toscano signor Ottavio Veanuri, direttore di quel locale, mi pervenivano. Colgo questa occasione, ricordando nome a me sì caro ed anco a quanti più eletti del paese son capitali lì dentro, per testimoniare la mia gratitudine e la mia più sentita amicizia.

Tornando al mio lavoro, perdoni il lettore, questa mia giusta digressione, lo presentai al pubblico sulle scene; ma con cuore chiuso, come suol dirsi, senza coscienza sicura, anzi colla fiducia che dovea destare nell’uditorio la stessa noia ed agonia del carcere.

Il pubblico però fu più indulgente di me, ed anco il giornalismo più del pubblico, il primo chiamandomi all’onore del proscenio, il secondo dando un esame critico molto giudizioso e per me lusinghiero assai.

Ecco perché lo pubblico il primo nel mio Teatro, speranzoso, che se il lettore troverà dei difetti, mi sarà indulgente per il lavoro, ma la idea che ho svolto, temi tutti nazionali, ai quali sin dal 1852 mi affacciai io pel primo; e se il caro nome della Sicilia, fastoso e sublime risuona dondunque nella storia, nelle scienze, nelle lettere, non si vedrà a mala parte, che un suo povero figlio ne facci anco onorato ricordo su pei teatri, che fan bella parte dell’istruzione popolare.

 

L’Autore.

Lettera all'egregio cittadino sig. Antonino Starrabba marchesino di Rudinì e sindaco di Palermo

All'egregio cittadino

 

Sig. Antonio Starrabba

 

Marchesino di Rudinì

 

Sindaco di Palermo

 

 

Onorevole Signore,

 

Perchè una dedica possa incontrar fortuna nei tempi che corrono abbisogna di tre cose: che il nome di chi dedica sia in moda o per intrigo paesano o per monopolio governativo; che quello a cui si dedica sia attaccato a diversi ciondoli, tra' quali non ultimo quello dei noti ss. Maurizio e Lazzaro; che infine l'opera o il lavoro sieno a coerenza dei tempi e delle persone.

Io però non sono manuale di zizzania anarchica, non fabbricante privilegiato della libertà  dei popoli, nè irrequieto e valoroso odiatore della tirannide straniera e della tirannide domestica inflessibile avversatore, sono un uomo che amo il mio paese e quanti il paese stesso immegliano sia moralmente, sia materialmente, e perciò curo poco i ciondoli e i diplomi, l'intrigo e il monopolio.

Voi giovane d'anni, ma adulto di mente e di sapere, nella vostra qualità di Sindaco di questo illustre e sventurato paese, circuito da drappelloni di calunnie, punto da alabarde d'invidia framezzati da pugnali di astiosa mediocrità, avete saputo star fermo, e col vostro spirito, colla vostra mente elevandovi di sopra a tutti i pregiudizi governativi e municipali avete dato sesto al paese, e se Dio vi darà lunghi giorno di sindacatura (che io non vi auguro affatto) spero bene, che questa nostra città  potrà stare al paro delle più culte e gentili di oltre mare. Chi dice il contrario mente per la gola, a meno che non appartenga all'arciconfraternita dei moderati o in botanica abbia posto fra le specie della malva. Voi avete immegliata la moralità  paesana, coll'incremento dell'istruzione popolare e con tutte quelle leggi che stringono a modo e verso il più retrogrado industriale o artigiano che si voglia.

Voi avete incoraggiata la scuola di un Teatro Nazionale, per istruire la bassa gente, anzi l'avete creata con generosi sovvenimenti.

Voi avete con bell'ordine e con gusto sostituiti al nostro vecchiume ed alle nostre inutili anticaglie, leggieri e gai lavori di progresso e di moda, utili all'igiene pubblica ed allo sviluppo popolare.

A voi dunque spetta la dedica di questo mio Teatro Siciliano, del quale molti temi sono esclusivamente palermitani.

Accettatela con quel cuore, col qual io ve l'offro, scontento solo di non poter scolpire il nostro nome sopra più durevole monumento.

 

Palermo 19 gennaro 1864

 

La lettera è pubblicata in anteprima al romanzo.

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