Dalla prefazione di Rosario Atria

Dalla prefazione di Rosario Atria

Dopo il 4 aprile di Gaspare Morfino vide la luce a Palermo nel 1861, l'anno della proclamazione dell'Unità d'Italia, a pochi mesi di distanza dalla vittoriosa conclusioen della spedizione dei Mille in Sicilia; di qui la scelta di presentarlo ai lettori come racconto contemporaneo, narrazione quasi in presa diretta degli eventi memorabili che avevano portato alla liberazione della città di Palermo e dell'Isola. All'indomani di quei fatti che avevano infiammato il popolo siciliano e l'avevano visto attivamente partecipare alla cacciata del Borbone, al fianco delle camicie rosse, il processo unitario era tutt'altro che concluso, mancando ancora all'appello Roma e le Tre Venezie, che restavano rispettivamente sotto il controllo pontificio e austriaco: la rievocazione per via narrativa di quei momenti gloriosi era così funzionale a tenere vivo e anzi ad alimentare l'ardore patriottico, in vista delle nuove battaglie da combattere per il completamento dell'Unità. 

Secono una prassi al tempo diffusa, nel racconto di Morfino la storia s'intreccia a elementi che appartengono all'universo del popolare. L'autore evita opportunamente di cedere al patetismo tipico di molta letteratura sentimentale ottocentesca e propone una lingua viva, ricca di coloriture lessicali e gergali, che si sostiene su un periodare breve, agile, minimalista nella punteggiatura, scegliendo la chiave dell'ironia per rinsaldare il patto narrativo con lettori e lettrici che presumeva fossero stati testimoni diretti dell'impresa garibaldina. 

Rosario Atria 

Dottore di ricerca dell'Università di Palermo, italianista, è autore di studi sulla poesia del Due-Trecento, sulla narrativa storico-popolare dell'Ottocento, sulla lirica leopardiana, sulla narrativa del secondo Novecento. Si interessa anche di storia e letteratura archeologica di Sicilia. 

Raccontando il Risorgimento, tra storico e popolare: le memorabili giornate del Sessanta a Palermo

Raccontando il Risorgimento, tra storico e popolare: le memorabili giornate del Sessanta a Palermo

Reca il sottotitolo di Racconto contemporaneo il volumetto che Gaspare Morfino pubblicò nel 1861 a Palermo presso l’Officina Tipografica di Gaetano Priulla, con grande merito sottratto alla dimenticanza da I Buoni Cugini Editori e riproposto nella collana «Gli Introvabili».

Colpisce la mancata esplicitazione nelle soglie del testo – per dirla con Genette – di quell’aggettivo, storico, che consente l’immediata associazione dell’opera al cospicuo e fortunato filone narrativo ottocentesco che ebbe in Scott il maggior rappresentante europeo, in Manzoni e Guerrazzi i principali modelli di riferimento per gli scrittori della nostra Penisola.
La spiegazione è forse da ricercare nel fatto che Dopo il 4 aprile, questo il titolo dell’opera, non necessitava agli occhi dell’autore di ulteriori specificazioni. In altri termini, potrebbe esser sembrata ridondante a Morfino una dicitura del tipo racconto storico contemporaneo, come certo gli parve superflua l’indicazione dell’anno: in ragione della contemporaneità della vicenda, non poteva che trattarsi del fatidico 1860.
Significativa appare – ragionando appunto sul paratesto – l’insistenza sull’attualità del racconto, che suona quasi come una dichiarazione d’intenti: un tentativo, in verità solo parzialmente centrato, di distacco dai moduli sin lì imperanti della narrativa primo-ottocentesca.

Nel ventennio 1820-1840, il romanzo storico classico aveva fatto registrare in Italia un improvviso exploit, divenendo ad un tempo il modulo narrativo più discusso dai critici e più diffuso tra il pubblico: sul piano propriamente letterario il fittizio della narrazione, giocata su intrecci appassionanti, assolveva alla funzione di catalizzare l’attenzione del lettore, mentre l’elemento-storia contribuiva con forza alla legittimazione della materia romanzesca in un contesto culturale notoriamente refrattario alle innovazioni; sul piano politico-paideutico lo svolgimento della diegesi in tempi ormai trascorsi permetteva la divulgazione degli ideali patriottici e l’aggiramento della temuta censura.
Gli anni Quaranta furono segnati dal dibattito critico su nodi teorici non più eludibili, in particolare la formalizzazione della coesistenza di vero e immaginario all’interno della stessa opera. I due più illustri esponenti della narrativa storica in Italia assunsero posizioni diametralmente opposte: da un lato Manzoni procedette alla sconfessione del genere, sancendo l’incompatibilità di storia e invenzione (il romanzo in sé è opera di pura falsificazione e pericoloso è il potere di mistificazione che esercita sul vero storico); dall’altro Guerrazzi esaltò le possibilità offerte dalla congiunta fruizione degli strumenti storiografici e romanzeschi. Importante fu anche il contributo al dibattito offerto da Carlo Tenca che, dalle colonne della «Rivista Europea», si scagliò contro la decadenza della produzione letteraria coeva e contro l’industrializzazione dell’attività di romanziere. Per il critico milanese, autore pure di una parodia del romanzo storico, gli scrittori del tempo dovevano tentare di recuperare una dimensione socialmente rilevante, codificando su nuove basi il rapporto con il pubblico.
Il periodo che seguì alla stagione aurea del romanzo storico fu pertanto attraversato da istanze divergenti, e forte si fece sentire l’esigenza di provvedere a ristrutturazioni, variazioni e adattamenti statutari. Non mancarono contaminazioni con schemi e moduli tipici del romanzo d’appendice. Frattanto, presero ad esser sempre più frequentati il racconto autobiografico, la cronaca e la memorialistica. E, accanto al romanzo, andarono affermandosi anche il teatro di prosa e il melodramma, con una varietà di motivi e funzioni in grado di interpretare attese sociali e pulsioni sentimentali di un pubblico appartenente alla classe media. La stessa ibridazione tra componenti narrative e teatrali fu facilitata dalla circostanza che romanzo e melodramma condividevano molti degli «ingredienti strutturali». Tutto questo aveva luogo mentre in Europa germinava – grazie a Stendhal, Balzac, Flaubert – il grande romanzo moderno.
La rottura con la tradizione si deve ai monumentali romanzi di Giuseppe Rovani e Ippolito Nievo, che – procedendo per avvicinamento prospettico – innestano confini temporali da romanzo storico nel presente, momento in cui si produce l’atto narrativo. Con i Cento anni e le Confessioni decadono, più in generale, le componenti statutarie del romanzo di primo Ottocento, non ultime l’onniscienza e l’impersonalità del narratore e la sua estraneità ai fatti narrati.
L’elemento che più rileva ai fini della nostra ricostruzione è l’avvicinamento del tempo della narrazione alla contemporaneità. Un aspetto, come s’è visto, che fortemente caratterizza il racconto di Morfino, curiosamente censito come racconto estemporaneo all’interno della Bibliografia siciliana che Giuseppe Maria Mira diede alle stampe tra il 1875 e il 1881: dicitura inesatta, che tuttavia rende bene l’idea di un’elaborazione contestuale al dispiegarsi degli eventi narrati. Eventi certamente notevoli, come d’indubbio rilievo è, nel quadro della storia risorgimentale isolana (e particolarmente della città di Palermo), la data del 4 aprile 1860, giorno dell’insurrezione antiborbonica che prese le mosse dal convento della Gancia.
La portata storica del testo di Morfino è dunque fuor di dubbio. E, a prescindere dal giudizio che si intenda accordare all’opera letteraria, innegabile è il suo valore documentale.
Quanto alla struttura narrativa, l’autore intreccia, fino alle soglie del penultimo capitolo, le vicende sentimentali di due amici, Carlo Darena e Giorgio De Alberti, secondo le regole convenzionali del romanzo sentimentale: passioni ostacolate da terzi o non approvate dalle famiglie. Non mancano caratteri, situazioni e ambienti tipici della letteratura d’appendice: basti dire della figura del persecutore (un moderno oppressore, singolarmente interpretato da Marconi, il commissario di polizia); o rinviare agli agguati e ai rapimenti, dei quali proprio colui che dovrebbe essere garante della legge è invece il mandante; o, ancora, considerare le scene da osteria, che vedono coinvolti personaggi appartenenti agli ambienti malavitosi, i quali – in cambio di favori – ottengono protezione dagli organi di polizia.
Un’occhiata, pur rapida, ai titoli dei vari capitoli permette di cogliere la disposizione interna imposta da Morfino, giocata su due poli in tensione dialettica, finzione e storia: così, nei capitoli iniziali e centrali (Due amici, Sotto il balcone, Carlo, L’uomo della via Divisi, Emilia, Rosina, Marconi, L’arresto, La Prefettura, L’agguato), si evidenzia la progressiva introduzione in fabula dei caratteri, con avviluppamento delle tessere del romanzesco; di contro, nei capitoli finali (Un po’ di politica, Il 27 maggio), da un lato fanno capolino digressioni di argomento storico, dall’altro si assiste al coinvolgimento dei personaggi d’invenzione all’interno degli eventi che portarono alla presa di Palermo da parte delle camicie rosse guidate da Garibaldi, l’eroe liberatore, che pure fa la sua apparizione nel racconto.

Era una bellissima sera del mese di aprile 1860 una di quelle sere tiepide e profumate che solo si osservano sotto il purissimo cielo di Palermo.

Nell’incipit, Morfino chiarisce le coordinate temporali della narrazione (esplicitando, ad uso dei lettori più sprovveduti, che la vicenda ha luogo nel Sessanta) e fornisce anche le coordinate spaziali entro cui si svolge l’azione, che si innesta nel tessuto urbano della città di Palermo, di cui con dovizia si riportano i nomi delle strade, delle piazze, delle porte, dei giardini, dei palazzi.
Si palesa, sin da queste prime battute, la sensazione che Morfino si rivolga ad un pubblico che ha una certa familiarità con quei luoghi e quei percorsi, sensazione che viene confermata poco dopo, in un passo in cui la condizione lavorativa delle donne è definita «una delle tanto strane anomalie della nostra città», per divenir certezza quasi sul finire del racconto: quando, a proposito della situazione politica di Palermo nella primavera del ’60, l’autore afferma che «il lettore la conosce meglio di ogni altro, perché ne fu testimonio oculare». Allo stesso modo, qualche pagina più in là, disponendosi a raccontare gli avvenimenti relativi alla liberazione della città, Morfino afferma:

Non descriverò minutamente al lettore tutta la giornata del 27 maggio perchè naturalmente ne fu testimonio oculare e se non lo fu ne avrà letta la descrizione in qualche storia contemporanea.

Non sono gli unici casi in cui il destinatario del messaggio viene esplicitamente chiamato in causa da un narratore che sembra voler instaurare con il suo pubblico un rapporto di confidenza. Nel capitolo v, ad esempio, prima di accingersi a descrivere le fattezze e il modo di vestire di Emilia, la giovane per cui batte il cuore di Giorgio, con candida autoironia avverte che «il far ritratti» non è mai stato il suo forte. In seguito, si premura di dissipare possibili equivoci creatisi circa il contegno della ragazza, che nelle prime scene del racconto aveva avuto l’ardire di chiedere, con un biglietto, un appuntamento a Giorgio:

A tutta prima il lettore si avrà fatto un concetto poco favorevole alla nostra ragazza, nel vedere una giovinetta diciottenne che dà si facilmente un appuntamento ad un bel giovinotto ventenne. Ma io prego il lettore e specialmente le amabili lettrici che sono più inclinate alla maldicenza di non far giudizi temerarii.

L’invito alla sospensione del giudizio, oltre che in questa circostanza, ricorre pure nel capitolo vi, dedicato a Rosina, giovane figlia del conte Pieri, divisa tra le attenzioni del cugino ufficiale Osvaldi e un’infatuazione per Carlo, che l’ha salvata dalla morte e ne è segretamente innamorato:

Prego il lettore di non ridere sotto i baffi mentre l’è proprio come ho l’onore di dirgli.
Quando una giovinetta non ha mai amato, quando insomma il di lei cuore sente per la prima volta i palpiti di un primo amore, allora essa sente bene è vero il bisogno di amare ma resta per un momento dubbiosa non sapendo a chi dar la preferenza tra diversi oggetti che crede tutti degni dell’amor suo.

Ancora, nel capitolo xi, prima di raccontare dell’arresto di Carlo, il lettore è chiamato ad indovinare la reazione del ragazzo, dopo che questi ha ricevuto da Rosina «un di lei biglietto dove stava scritta la magica parola vi amo».
Singolare, infine, il modo in cui si chiude il racconto: Morfino, ancora ricorrendo alla chiave autoironica, prende le distanze dalla possibilità di esser giudicato un narratore onnisciente e offre le sue scuse nel caso in cui, anziché dilettare, avesse invece tediato chi l’ha seguito fino alla fine.

Se poi il lettore vuol sapere per qual ragione il genitore di Giorgio pria di morire gli raccomandò questo Marconi, risponderò che non lo so nemmeno io...
Ed ora caro lettore il mio racconto è finito.
Non so se ti ha per poco dilettato. Dio lo voglia che sarebbe per me una grande consolazione.
Se poi al contrario ti ha prodotto l’effetto di un sonnifero, allora ti domando mille perdoni assicurandoti se non per altro che questa non era la mia intenzione.

Bastino questi pochi richiami testuali per dire come il narratore di Dopo il 4 aprile sia, contrariamente alle autorappresentazioni, ancora un narratore vocato all’onniscienza, che cede alla consuetudine di profilare il ritratto fisico e morale dei suoi personaggi (quantunque proclami la propria inadeguatezza in tal senso) e di scavare nei loro sentimenti.
Se si eccettua l’attualità del racconto, siamo lontanissimi da pratiche scrittorie informate da istanze più modernamente tendenti ad una rappresentazione oggettiva e distaccata della realtà (solo raramente descrivibili prima dell’avvento del verismo). La diegesi di Morfino è costruita su effetti di sfalsamento dei piani temporali, che con l’utilizzo delle tecniche dell’analessi, della prolessi e, in pochi casi, del racconto in simultanea, tende ora ad accorciare ora a dilatare una narrazione concentrata in poche settimane.
Quanto ai tratti stilistici dell’opera, l’autore prova ad uscire dalle secche del patetismo dilagante tipico di molta letteratura sentimentale dell’Ottocento, con l’opzione per una lingua, invero non sempre grammaticalmente ortodossa, ricca di coloriture lessicali e gergali, che si sostiene su un periodare breve, veloce, minimalista nella punteggiatura.
Anche nella caratterizzazione dei personaggi è osservabile il tentativo, non sempre riuscito, di una presa di distanza dagli schemi di primo Ottocento.

L’uno di essi mostrava di avere venticinque anni circa, era alto della persona snello e ben fatto. I suoi lineamenti erano assai regolari, vestiva con gusto ma senza ricercatezza. Insomma poteva dirsi alla lettera essere un bel giovinotto. Dal suo esteriore trapelava una cert’aria di dolce malinconia che ognuno avrebbe potuto scambiare per una affettazione di sentimentalismo, ma si sarebbe però ingannato mentre il nostro giovinotto per come mostrava una piccola ruga verticale che si scorgeva nella sua fronte era dotato di un carattere fermo e risoluto, ed era tutt’altro che sdolcinato. L’altro giovane che stava al suo fianco era un bel brunetto di venti anni bello di una bellezza svegliata ed entusiasta e tutt’affatto opposte a quella del suo compagno.

Ai caratteri di Carlo e Giorgio non è attribuito alcunché di eroico o eccezionale: si tratta di personaggi comuni, dalle normali fattezze esteriori, semplici nel loro vestire (che pur non essendo privo di «gusto», è distante dai canoni di elegante «ricercatezza»). L’amore – che nel passo appena richiamato l’autore sottrae alla marca del «sentimentalismo» – assume successivamente connotati morbosi divenendo, nelle parole di Carlo, «una febbre che mi divora, un’idea immobile che mi assorbe e predomina»: una difformità che sottolinea la ricaduta negli stilemi di quella tradizione romantico-risorgimentale da cui si sosteneva di voler prendere le distanze. La fisionomia della contessina Pieri, preda di un male debilitante, è invece introdotta nel racconto con formule da roman noir:

Il suo volto era più bianco delle lenzuola che coprivano il suo letto. – Gli occhi semi-chiusi erano circoscritti in una cerchia pavonazza, le sue labbra erano pallidissime. – Appena si sentiva l’alito della respirazione della povera sofferente e se non era l’insensibile sollevarsi del suo seno si sarebbe detto che il suo corpo era cadavere.

Spiccata originalità denotano, viceversa, le descrizioni dei personaggi negativi della vicenda, a partire dall’equivoco commissario Marconi:
All’aspetto sembrava essere un uomo dai quarantacinque ai cinquant’anni, brutto col naso aguzzo ed i capelli increspati. Di statura era piuttosto basso ma quel che gli mancava per lunghezza lo avea ad usura compensato nella larghezza, mentre il nostro uomo era più che adiposo. Dalla sua fisonomia trapelava un non so che di cupo e di minaccioso che aggiunto all’espressione dubbia de’ suoi occhi verdastri certamente non dovea formare un insieme molto seducente. Era il vero tipo del lussurioso e dell’epicureo.

Un ritratto caricaturale che sortisce l’effetto di suscitare nel lettore sfiducia nei riguardi dei delegati al mantenimento dell’ordine pubblico. Degno di nota anche il personaggio di Martino, braccio destro del commissario Marconi, che dopo aver provato a procacciarsi da vivere con vari onesti lavori (stampatore, commesso, fattorino), «non volendo esercitare nessuno di que’ mestieracci si applicò alla nobile professione del ladro, professione comoda indipendente e divertita»:

Martino era un uomo a trentasei anni, nè bello, nè brutto, nè grande, nè piccolo – era il vero tipo della scaltrezza, meglio della volpe. […] il lettore poteva vedere compar Martino vestito elegantemente sempre con guanti freschi e cappello a cilindro, che si dava il tuono di personaggio dell’alta società, bazzicare pei caffè, pe’ teatri, per le chiese e per tutti i luoghi dove ci fosse folla per cercar di ghermire a qualche povero diavolo l’orologio, la borsa, il braccialetto e che so io.

Il «sugo della storia» è presto enunciato: Carlo, in breve tempo, fa breccia nel cuore della contessina Pieri, che allontana dai suoi pensieri il cugino Osvaldi (reo di averle consegnato un biglietto d’amore destinato ad un’altra fanciulla), ma il loro è un amore in quel momento impossibile per via della differente estrazione sociale (al Conte, padre di Rosina, «quel nome di Carlo Darena secco secco senza ne anco l’epiteto di cavaliere avanti, gli faceva male all’orecchio»). Frattanto, Marconi, invaghitosi di Emilia, la giovane per cui si strugge Giorgio, è disposto a qualunque cosa pur di possederla; si rivolge così al fido Martino, affinché escogiti uno dei suoi piani, mentre Emilia chiede l’aiuto di Giorgio contro il persecutore, finendo per innamorarsene. Proprio quando le due coppie sembrerebbero destinate alla felicità, il duplice arresto ordinato da Marconi ai danni di Carlo (per reati politici) e di Giorgio (il capo d’accusa è il medesimo ma è pretestuoso, serve solo al commissario per levarsi dai piedi il nemico di turno nella conquista del cuore di Emilia) scompiglia le carte in tavola. Carlo finisce detenuto nel carcere della Vicaria, mentre Giorgio, che è nato in Piemonte ed è dunque cittadino sabaudo, per le leggi vigenti non può esser sottoposto alla giurisdizione borbonica e ottiene il diritto di riparare sulla Maria Adelaide, una fregata piemontese attraccata nel porto di Palermo. Infine, fallisce anche il tentativo di Martino di rapire Emilia per consegnarla a Marconi e, a quel punto, nella narrazione irrompe la Storia, quella con la S maiuscola dei fatti che portarono all’Unità d’Italia. A ben vedere, essa aveva fatto la sua apparizione da subito nel racconto, in occasione del primo scambio di battute tra Carlo e Giorgio:

– […] Garibaldi si mette a capo della nostra rivoluzione, viene in Sicilia con soccorsi di uomini ed armi – l’è cosa incredibile.
– Infatti Giorgio, rispose Carlo, è incredibile, ma è un fatto che fra giorni si verificherà. Il Comitato mi fece leggere la lettera originale di Garibaldi colla quale promette che fra giorni sbarcherà in un punto qualunque della Sicilia.
– Ebbene, allora secondo me la nostra rivoluzione è vinta.
– […] Garibaldi è anche appoggiato dal Piemonte, anzi posso dirti ch’è di accordo con Cavour. Aggiungi a ciò che la dinastia borbonica è condannata a perire mentre tra Borbone e popolo non vi può essere accordo possibile.
– Ma bravo quasi quasi mi viene il desiderio di gridar viva Garibaldi.

Il grido di gioia cui Giorgio imprudentemente si era lasciato andare, facendo il verso al Viva Garibaldi!  di Alexandre Dumas, chiariva da subito l’ideologia che accomunava i due amici, antiborbonici e filogaribaldini, dissidenti e orbitanti attorno al Comitato di liberazione della Sicilia. Tuttavia, dopo quest’avvio, la storia si era eclissata per lasciar spazio alla finzione, facendo capolino solo incidentalmente.
Il primo dei due capitoli propriamente storici è interamente condotto come digressione in analessi degli avvenimenti successivi al 4 aprile:

Ora nelle piazze, ora nelle chiese ogni momento si sentivano le grida di viva Italia e Vittorio Emmanuele. Allora era un parapiglia una confusione universale.
Uomini che scappavano, usci che si chiudevano precipitosamente, e birri e soldati che tiravano fucilate nelle finestre per intimorir gl’inquilini.
Di più ora piantate su di un campanile, ed ora su di un albero, si rinvenivano sempre delle bandiere tricolori fregiate dallo stemma sabaudo. Questo stato di cose durò fino al 13 maggio giorno nel quale si seppe che Garibaldi era sbarcato a Marsala.

Segue un’analisi sul comportamento adottato dal regime borbonico per tener calme le masse:
[...] il governo [...] fece spargere la notizia che S. M. avrebbe Concessa alla Sicilia la costituzione del 1812.
Ma se il popolo era tranquillo la ragione n’era ch’esso era intento ad affilare un pugnale, ed a preparare un archibugio per esser pronto [...] nel giorno della riscossa.
Il popolo conosceva per esperienza i Borboni e sapeva ch’essi promettono sempre ma non adempiono mai.

Il giudizio che lo scrittore propone al suo pubblico la dice lunga sulla considerazione di cui godeva, giunto ormai al tramonto, il trono dei Borboni tra i siciliani, non solo per la conclamata inattendibilità della parola data (la Costituzione del ’12 non era di fatto mai stata operante), ma anche in ragione del forte dissenso che i regnanti avevano suscitato imponendo una contribuzione estremamente gravosa all’Isola, come risarcimento per la rivoluzione del 1848.
Ci avviciniamo ai giorni cruciali: il 24, riferisce Morfino, il Comitato emetteva un bollettino con il quale invitava il popolo a prender parte ad una «silenziosa» manifestazione di massa nel cuore di Palermo.

Se il lettore quel dopo pranzo fosse stato a Palermo sarebbe stato spettatore d’un magnifico panorama.
Giammai in occasione di feste o di pubblici spettacoli si vide in città un affollamento così numeroso – La via Macqueda da porta S. Antonino a porta Macqueda, era gremita di gente, tutti i balconi poi erano affollati di signore gentilissime che sorridevano e tutti quasi fossero state al teatro.

Si assiste a quegli eventi capitali della storia della futura Italia come si assistesse ad uno spettacolo a teatro: di lì a poco a conquistar le luci della ribalta saranno i personaggi del racconto (un po’ quello che era successo al manzoniano Renzo invischiato nei disordini milanesi di san Martino). Con piglio cronachistico, tra il giornalista e lo storiografo, Morfino rievoca i tumultuosi avvenimenti di quei giorni:

All’alba del 27 maggio le prime schioppettate si sentivano fuori porta di Termini al ponte dell’Ammiraglio – Era la colonna garibaldina che attaccava gli avamposti de’ regi. L’attacco durò una mezz’ora durante la quale i borbonici sempre rinculando si erano trincerati dietro la loro barricata di porta di Termini, ma dopo un quarto d’ora di fucileria abbandonarono precipitosamente anche questa posizione, e si ritirarono nella caserma di s. Antonino.

Il popolo in massa si riversa nelle strade e tra i rintocchi delle campane attende l’ingresso dei garibaldini:

Quando Garibaldi superando la barricata di porta di Termini faceva ingresso in città allora lo spettacolo, fu veramente sublime – Grida, acclamazioni, fucilate, batter di mani, sventolar di fazzoletti, era un entusiasmo terribile, una frenesia.

A questo punto, le vicende dei personaggi inventati da Morfino si mischiano a quelle dei protagonisti della storia reale. Per ordine del generale Lanza vengono aperte le porte della Vicaria e i detenuti fuoriescono: tra questi c’è anche Carlo. L’autore dipinge in questa occasione una scena dall’alto valore simbolico: il giovane infatti, «tostochè fu sulla strada aspirò voluttuosamente l’aria della libertà». Combatterà Carlo (e così anche Giorgio); i due amici faranno la conoscenza del Generale Garibaldi e da lui in persona riceveranno ordini:

Carlo e Giorgio adunque arrivarono in mezzo al bombardamento alla residenza del Comitato che di segreto era divenuto palese, e domandarono di prender parte attiva nell’insurrezione. Carlo fu presentato al Generale Garibaldi che lo fece capo-guerriglia e gli affidò il comando di una squadra di un quaranta uomini composta di villici e cittadini.

Ma da personaggi di finzione quali sono possono permettersi di abbandonare presto le armi per andare in cerca delle amate: Giorgio correrà in via Divisi, dove abita Emilia; Carlo a Piazza Marina, per salvare Rosina. Il loro orizzonte non è il campo di battaglia, ma la sfera degli affetti.
Un’ultima annotazione: il brevissimo capitoletto conclusivo sposta l’asse cronologico innanzi di tre mesi rispetto ai fatti del 27 maggio, differendo così lo scioglimento dell’intreccio rispetto al periodo in cui la narrazione è concentrata. Colpisce la ricorrenza del numero tre (tre i mesi, tre le signore, tre le ragazze, tre gli uomini, colti a bordo di un piroscafo che dalla Sicilia muove verso la Toscana), che innesta la conclusione su una simbologia ben precisa, di matrice cristiana, che impone più di una riflessione in merito alla possibilità che siano qui operanti categorie provvidenzialistiche precedentemente esulanti.
Così, se nella prima parte la storia costituiva un mero fondale su cui si stagliavano gli eventi, nel finale essa funge da propulsore del romanzesco, autorizzando persino soluzioni consolatorie. Alla vittoria dell’onestà e della virtù sul piano della finzione corrisponde, sul piano degli eventi reali, la vittoria delle camicie rosse: una sintonia giustificata dall’entusiasmo che l’impresa garibaldina aveva suscitato, lontani ancora gli anni della disillusione e del disinganno conseguenti alla registrazione del fallimento delle aspettative preunitarie.

     Rosario Atria

(Dottore di ricerca dell’Università di Palermo, italianista, è autore di studi sulla poesia del Due-Trecento, sulla narrativa storico-popolare dell’Ottocento, sulla lirica leopardiana, sulla narrativa del secondo Novecento. Si interessa anche di storia e letteratura archeologica di Sicilia).

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